cleto

Luigi Pellegrini, nato a Cleto (Cosenza) il 21/02/1924
Residente a Cosenza (Via Roma, 74) - Telefoni: (0984) 25066/27229/012027- (0982) 848342
Giornalista/Pubblicista (Iscriz. Ordine dei Giornalisti, 25/10/1952 – Tessera N.009027)
• Insegnante
• Editore
• Direttore responsabile e fondatore di:

“IL LETTERATO” (rivista di cultura e arte - fondata nel 1952);
“IL DOMANI DI NOI RAGAZZI” (giornale scolastico - fondato nel 1959)
“NUOVA RASSEGNA” (rivista d'informazioni varie, attualità, arte - fondata nel 1964)
“INCONTRI MERIDIONALI” (rivista di studi storici - fondata nel 1963)
“TELESTAMPA” (agenzia d'informazione per la stampa quotidiana - fondata nel 1964)
“LA NUOVA GAZZETTA DI CALABRIA” (settimanale d'informazione - fondato nel 1960) “CONTENUTI” (rivista di lettere e arti - fondata nel 1969)
“PROGRESSO DEMOCRATICO” (giornale di politica - fondato nel 1960)
“LETTERATURA & SOCIETA” (rivista di cultura – fondata nel 1999)
“CORRISPONDENZA MERIDIONALE”(giornale di politica meridionalista-fondato nel 1961)
“L’AGENDA DELLA CALABRIA”(annuario di vita regionale-fondato nel 1980)

Già direttore responsabile delle Emittenti televisive TELEUNO (Cosenza) e TELECOSENZA
È stato collaboratore di: Terza Rete regionale RAI; "La vita scolastica" (rivista); "Roma" (quotidiano di Napoli); "Corriere del giorno" (quotidiano di Taranto); "Il mondo libero" (rivista italo-americana); "La Voce" (quotidiano di Napoli); "Il Mattino" (quotidiano di Napoli); “Momento Sera” (quotidiano di Roma) "Avanti" (quotidiano-organo del PSI); "Eurostampa" (agenzia d'informazione quotidiana di Roma); "La parola socialista" (periodico della federazione Prov. del PSI di Cosenza); "Il Giornale di Calabria" (quotidiano); "La Voce di Calabria" (periodico di Reggio Calabria) ecc.

È vincitore di numerosi premi letterari, tra cui: diversi Premi di Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri; Medaglia d'oro per la letteratura nei premi Villa San Giovanni, 1967; Premio SIA (Torino); Premio Torchio d'oro per l'Editoria (Villa San Giovanni); Secondo classificato al VII Concorso Prix Terzaroli; Premio Sila (categoria editoria); Premio "La Scogliera d'argento e Pino d'oro (Catanzaro); Premio Amantea.

Ha pubblicato: "Scintille" (liriche) 1952; "Motivi (liriche) 1960; "Poeti italiani tradotti in tedesco" (antologia); "Terra di Calabria" (annuario in cinque volumi - cinque edizioni); "Poeti della nuova Italia" (quattordici volumi); "Nostre firme" (antologia poetica); "Firme d'oggi" (antologia); "Scoperte" (antologia); "Conquiste" (antologia); "Fede e poesia" (antologia); "Antologia critica della poesia italiana contemporanea" (in collaborazione con Bruno Rombi); "Calabria mineraria" (studio economico); "Scrittori calabresi contemporanei, "La Calabria si racconta" (Antologia del novecento letterario calabrese); "La didattica del risparmio" (saggio); "Motivi ritrovati" (liriche); “Sul carro della luna” (liriche); “Il Ricordo” (omaggio alla memoria di: T. Fiore, L. Repaci, F. Grisi, G. Selvaggi, A. Piromalli).

Opere inedite: due raccolte di novelle; tre saggi; diversi volumi di poesie.
È stato organizzatore dei seguenti concorsi letterari:
Il letterato (per raccolte inedite di poesia, saggi, novelle);
Premio Calabria (per una lirica ispirata alla regione calabrese);
Premio Nuovo Sud letterario (per una lirica ispirata al Sud);
Premi nazionali di letteratura e pittura "Città di Rende".


Benemerenze: Medaglia d'argento de la Ville de Paris; Socio ordinario dell'Accademia Cosentina; Accademico dei 500; Membro d'onore del C.I.P. (Centro Internazionale di Psicobiofisica); Membro d'onore della federazione Internazionale di studi "Italia nell'arte"; Membro d'onore della Società Sciences Arts, Lettres di Parigi; Membro d'onore del Consesso degli Intellettuali; Membro dell'Accademia di Paestum; Socio onorario dell'Accademia di Saint Louis (U.S.A.); Socio dell'Accademia Tiberina; Socio onorario di altri Istituti .

È presidente del C.A.R.M. (Centro Arte Ricerche Meridionali)
Ha fatto parte del Comitato Europeo della Cultura
È Presidente onorario dell’Associazione Editori Calabresi.
È stato Presidente regionale del Sindacato Libero Scrittori Italiani. Allo stesso Sindacato è stato eletto Consigliere nazionale per diversi anni.
È Cavaliere, Cavaliere Ufficiale, Commendatore, Grand’Ufficiale e Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica.
Attualmente fa parte dell'Unione Nazionale Scrittori (Roma).
Con conferenze è intervenuto su diversi problemi della cultura calabrese e nazionale, anche attraverso dibattiti alla Radio e alla Televisione.

Come Editore ha dato vita ad interessanti ed artistiche collane di narrativa, poesia, arte, scienza, teatro,cinema,ecc. tra cui,fra quelle maggiormente imposte anche in campo internazionale, Saggistica"; "Tascabili universali"; "Cultura politica e sociale"; "Fonti e ricerche per la storia della Calabria e del Mezzogiorno"; "Scuola"; "Studi Meridionali"; "Studi di letteratura calabrese"; "Classici calabresi"; "Monografie calabresi"; "Teatro"; "Antologie poetiche, critiche e di scrittori contemporanei", "Il momento della pedagogia" , "La scuola che cambia", "Biblioteca emigrazione" Con i suoi oltre tremila titoli in catalogo,la Casa editrice ch’egli fondò nel 1952 a Cleto,suo paese natìo, come protesta liberatoria contando sulle proprie forze e senza subire condizionamenti sulle sue decisioni, ha una storia di oltre cinquanta anni di vita al servizio della cultura per la costruzione della Calabria e di un Mezzogiorno liberi ed umani. Un lavoro che è una tappa per traguardi sempre più importanti, ma che è anche uno specchio di una ricchezza culturale e civile non sufficientemente nota e di una apertura internazionale crescente. Un risultato che dimostra la solidità di una tradizione nata come sfida e che come tale si proietta nel futuro. Dalla Calabria e per la Calabria certamente. Ma soprattutto per diffondere e difendere i valori che l’uomo esprime nella poesia e nella ricerca. In Calabria e altrove

Della sua produzione poetica e della sua fatica di scrittore, di giornalista e di editore se ne sono interessati diffusamente note firme della carta stampata e delle reti della radio e della televisione, sia in Italia che all’Estero.

ANGELA COSTANZO

LUIGI PELLEGRINI
Un pioniere dell'editoria in Calabria
(LPE 2012)


LA PREFAZIONE di Pantaleone Sergi
e
LA NOTA di Pasquino Crupi
Prefazione di Pantaleone Sergi

Luigi Pellegrini ha creato se stesso. Con intelligenza, operosità, spirito d’impresa. E quel tratto di galantuomo d’altri tempi, sempre disponibile all’ascolto, sempre pronto a valutare dattiloscritti nell’intento di proporli ai lettori con la veste di un bel libro. L’editore, infatti, è i suoi libri. E senza libri è difficile immaginarlo questo pioniere dell’editoria calabrese contemporanea.
Prendo in prestito parole e concetti di qualcuno che più di un secolo fa parlava dei fratelli Morano, editori librai in Napoli, i quali a metà dell’Ottocento s’erano trasferiti da Cosenza nella capitale borbonica e lì avevano avviato un’attività nota al cattedratico universitario, al maestro di scuola elementare e a una quantità indefinita e indistinta di lettori. Come i Morano – da cui potrebbe partire una Storia dell’editoria calabrese – anche Luigi Pellegrini ha diffuso cultura. E per i tempi in cui ha avviato la propria attività, anche la sua è stata, senza ombra di dubbio, un’impresa ardita.
La Calabria, quando nel 1952 Luigi Pellegrini fondò la sua casa editrice, era appena uscita, ancora più povera e devastata, dalla catastrofica guerra voluta da Mussolini. La ricostruzione civile e democratica era ancora affannata, le lotte contadine connotavano la protesta sociale e le stive dei transatlantici trasportavano orde di emigrati in Sud America, in Canada o in Australia. Aveva assolto il proprio compito rivoluzionario (a livello di coscienze) anche la stagione dei quotidiani politici e dei periodici socialmente impegnati che aveva caratterizzato dal 1943 in poi il ritorno della democrazia. Il resto lo aveva fatto l’avvio della guerra fredda e della politica dei blocchi contrapposti che, anche in Calabria, aveva portato a una normalizzazione dell’editoria periodica, con esperienze, partite proprio da questa regione, di “stampa gialla”, legate cioè al potere, che tendevano a cancellare il dibattito sulle idee per un’azione di propaganda.
Tra ferite vecchie e nuove nel tessuto sociale era cresciuta, intanto, una nuova leva di intellettuali che cercava nuovi spazi, anche fisici, dove esprimersi. Tra i vari esponenti di quella intellettualità che intendeva rinnovare il paese e dare più di una rinfrescata alle ammuffite stanze di una cultura liberale che aveva fatto il suo tempo, c’era anche un giovane maestro elementare, Luigi Pellegrini, di idee socialiste che si muoveva inizialmente tra giornalismo e poesia. Come si poteva muovere da una realtà che era periferia della periferia, cioè tra difficoltà e voglia di aprirsi al mondo.
Vincenzo Morano, fondatore della Fratelli Morano, tanto per tornare a una storia parallela, nel 1849 era partito da Cosenza, dov’era professore nel Regio Liceo, per un empito di fede risorgimentale, ritenendo che la sua opera per la causa unitaria fosse più utile a Napoli. Un secolo dopo Luigi Pellegrini lasciò la Cleto dell’infanzia per Cosenza, per dare corpo alla sua vocazione e ai suoi sogni. Partì da lì e da quel momento una grande storia di cultura, quella di Luigi Pellegrini Editore (ah, quell’acronimo LPE a cui hanno aspirato schiere di poeti, narratori e saggisti, quelli “veri” e quelli “della domenica”!), amico di meridionalisti, scrittori e giornalisti che in quegli anni tormentati volevano cambiare, se non il mondo, almeno l’Italia afflitta ancora da fame e miseria. A ognuno di loro il giovane editore offrì un’opportunità. Alcuni di loro, anche grazie a Luigi Pellegrini, sono passati alla Storia e non solo della cultura italiana del secondo Novecento, altri sono stati inghiottiti dal silenzio, a volte, in verità, anche senza lasciare rimpianto alcuno.
I sogni per Luigi Pellegrini che all’inizio degli anni Cinquanta avviava a Cosenza la sua nuova attività – e questo lavoro di Angela Costanzo che ora vede la luce è puntuale testimonianza di quegli esordi – sapevano di parole, di carta, d’inchiostri, dell’odore di piombo in tipografia e avevano la forma di un libro o di una rivista. Non è stato semplice realizzarli questi sogni e, umanamente, non li ha sempre realizzati come aveva… sognato. La Calabria non è la Lombardia. E Cosenza non è Milano. Quel che al Nord era possibile anche a due «martinitt» come Arnoldo Mondadori o Angelo Rizzoli perché operarono in una realtà economicamente e socialmente evoluta dando avvio a imperi editoriali, al Sud diventava obiettivamente irraggiungibile e anche i traguardi eccezionali raggiunti da Luigi Pellegrini sono stati condizionati da diseconomie strutturali, distanze dai luoghi di produzione della cultura, mancanze di capitali. Qualcosa di analogo era accaduta, per esempio, nel 1876. Nell’anno in cui a Milano nacque il Corriere della Sera, la cui affermazione fu facilitata dalla presenza di una borghesia industriale e agraria, a Reggio Calabria apparve anche il primo quotidiano calabrese, L’Eco d’Aspromonte, fondato dal garibaldino Domenico Carbone Grio che non aveva fatto i conti con il deserto socio-economico in cui avviava l’impresa che per questo cessò subito. Di certo, pur trovandosi a operare in un contesto particolarmente difficile, andò meglio a Luigi Pellegrini, per sua e nostra fortuna, perché altrimenti non sarebbe passata dalle stanze della sua casa editrice gran parte della cultura calabrese degli ultimi sessant’anni. Quanti autori si sono seduti di fronte a lui, quanti libri ha letto, quanto tormentate sono state le scelte, quanti libri ha pubblicato e quanti incontri culturali ha promosso? A questi interrogativi l’autrice di questo libro che ha avuto accesso a carte, documenti e memorie dirette del protagonista, fornisce ampie risposte, illuminando una figura d’intellettuale prima ancora che di operatore di cultura. Perché, anche se spesso, per questioni di vil danaro ci sono editori che si limitano a un ruolo di trattino di congiunzione tra autore e tipografia, abbandonando il libro, una volta stampato, a un destino da macero, Pellegrini ha dato “nobiltà” a una professione che in Calabria ha inventato ma finita a volte in mano ad avventurieri. Pur nella difficoltà di un mercato poco trofico come quello calabrese, dove gli indici di lettura continuano a essere bassi, nemmeno sorretti da una rete di librerie degne di tale nome salvo rare e sempre più ridotte eccezioni, Luigi Pellegrini ha ritenuto che un libro vive ed è tale se va in molte mani. La circolazione di un libro non è fatto semplice e vi contribuiscono molti fattori, alcuni dei quali anche imponderabili. Non lo era e non lo è specialmente al Sud e in Calabria per i motivi che dicevamo. E allora Pellegrini s’è inventato una sorta di “sistema integrato” che ha coinvolto l’autore facendolo investire su se stesso, puntando su diversi canali distributivi e di vendita, dalle affollate e coinvolgenti presentazioni in ambienti selezionati (ora sublimati con il “Terrazzo Pellegrini”, inventato come cenacolo di cultura dal figlio-erede Walter), al circuito classico della libreria per quello che poteva comunque significare, alla vendita diretta e perfino al porta a porta. La storia di Luigi Pellegrini editore, tuttavia, è la storia di un giovane intellettuale, ondivago tra la poesia e il giornalismo che lo tentavano, produttore pur sempre di parole a cui bisognava dare forma e corpo. Per cui, partendo da una rivista letteraria che ha fatto epoca, il letterato, nata per dare sfogo alle pulsioni poetiche giovanili proprie e di pochi amici, mise a disposizione di altri giovani intellettuali meridionali uno strumento capace di soddisfare bisogni altrimenti inesprimibili. Alla prima rivista, seguirono altre. Al primo libro altri libri. La Calabria usciva, finalmente, da uno storico cono d’ombra culturale e non era più subalterna ad altri centri di produzione.
Luigi Pellegrini, così, toccava con mano il suo sogno. Cleto, il piccolo mondo dell’infanzia, è diventato il luogo della memoria, Cosenza quello di partenza per un’avventura che dura ancora e che ha contribuito a rafforzare la cultura calabrese e meridionale del dopoguerra. Fondare una casa editrice soprattutto in quegli anni di grandi mutamenti anche nella struttura sociale (era il tempo della Riforma agraria, della Cassa per il Mezzogiorno ma anche del boom al Nord e della nuova emigrazione nei bacini carboniferi d’Europa) non era un’impresa di poco conto. Non lo era soprattutto in Calabria, dove non esisteva una tradizione d’impresa editoriale né libraria né, tantomeno, di stampa periodica (è nota la congeniale debolezza dei giornali che si stampavano nella regione fin dall’Ottocento).
Ora è vero che la figura dell’editore come professione autonoma è relativamente recente e che, almeno fino all’Ottocento, essa era confusa e confondibile con quella del tipografo o del libraio. Specialmente in Calabria un’editoria “indipendente”, in effetti, prima di Pellegrini non era mai esistita. Nella regione, la produzione libraria aveva una sua tradizione perché i torchi hanno funzionato fin dal quindicesimo secolo producendo libri di qualità anche per un mercato extraregionale e figure di tipografi-editori ce ne sono pure state. Da Giovan Battista Russo che nel 1636 a Monteleone, l’odierna Vibo Valentia, stampò «La Cilla» una favola pastorale del poeta ascolano Marcello Giovannetti, a Giovan Battista Moio e Francesco Rodella, che nel 1647 a Cosenza stamparono l’«Adamo caduto» del lucano padre Serafino della Calandra, per continuare fino ai nostri giorni. Ci sono stati pure librai-editori, tra i quali citiamo quel Guido Mauro Editore di Catanzaro che negli anni del fascismo aveva acquisito una buona visibilità anche al di fuori della Calabria. Ci sono state, infine, anche figure miste (intellettuali-tipografi) come, per esempio quel canonico Agostino Laruffa che nel 1890 fondò a Polistena la Tipografia Editrice Cristoforo Colombo, avviando un’interessante produzione editoriale, ancora viva all’inizio del Novecento. Con Luigi Pellegrini l’editoria è entrata in una fase nuova e moderna per cui a buona ragione egli può essere considerato il patriarca di un’attività che, dopo di lui, anche in Calabria ha visto altri protagonisti.
Per tale motivo trovo che il volume di Angela Costanzo, frutto di ricerca approfondita e scritto con una sorta di coinvolgente e ragionata passione che non guasta, non costituisca tanto un monumento a un uomo che già di per sé lo merita, ma rappresenti – contestualizzato com’è nelle vicende culturali del Mezzogiorno d’Italia dal dopoguerra in poi – un contributo importante per la storia della cultura italiana e per quella dell’editoria calabrese che qualcuno dovrà prendersi cura di scrivere. Assieme al protagonista, in questo volume si muovono altri personaggi che non possono essere considerati semplici figuranti per il ruolo che essi hanno avuto nel loro campo d’interesse e che arricchiscono la vicenda umana, culturale e professionale di Luigi Pellegrini, di cui tutti noi che viviamo vendendo parole siamo in un certo sensi debitori.
Conosco Luigi Pellegrini – mi si scusi per questa notazione personale – da quando ho dimestichezza con le pagine stampate e posso dire di frequentarlo da quando negli anni Settanta arrivai a Cosenza. Delle mie modeste cose – stranezza della vita – non ho mai pubblicato nulla con la sua sigla, sebbene a volte sia stato tramite con lui per conto di diversi cattedratici miei amici, poi entrati nella sua «scuderia». Ne ho visti tanti, in questi anni, sulla sua scia cimentarsi in una impresa editoriale spesso risultata effimera nonostante i buoni propositi di partenza. Non avevano, posso dirlo senza ombre di piaggeria, il suo sguardo nel futuro, la sua sensibilità e la sua solida personalità. Tutte componenti, ma non le sole, di un successo umano e professionale.


* * *
Nota di Pasquino Crupi

Luigi Pellegrini. Un nome. Quello che correva per la Calabria, andava oltre la Calabria, era dentro i luoghi della cultura operativa, che nel tempo del sole inquieto muoveva a fitte schiere gli intellettuali democratici e progressisti, d’impianto soprattutto marxista. I quali, contro i letterati al tramonto, non solo volevano e tentavano il rinnovamento della cultura, ma, insieme a questa, il rinnovamento della società italiana, della società meridionale, della società calabrese. Gli erano amici ed estimatori – solo per fare alcuni nomi – Leonida Répaci, sempre moschettiere, Fortunato Seminara, sempre imbronciato, Tommaso Fiore, sempre declinato verso i formiconi di Puglia, Antonio Piromalli, sempre augusto nel suo inseguimento delle viscere letterarie della Calabria. Naturalmente, tutte queste amicizie alate ci inorgoglivano come calabresi, ma ci intimidivano come giovani intellettuali di provincia, già ambiziosi, forse vanamente ambiziosi, di deporre il nostro pensiero sulla pagina scritta, sulla pagina che doveva farsi volume. E chi avrebbe potuto avvicinare Luigi Pellegrini, primo editore in Calabria, primo a fondare una casa editrice in Calabria? La spinta liberatrice mi venne da Mario La Cava del quale divenni familiare grazie ad un mio compagno d’università, Ettore Badolato, cessato, purtroppo di vivere qualche anno fa. E dalla frequentazione con Mario La Cava mi nacque l’idea di scrivere una monografia sulla sua opera, che ormai editorialmente arrancava. Mi pare si fosse negli anni 1966-67, e sul finire del 1968 il mio saggio critico era ormai completato. Pubblicarlo dove, però? Io allora ero sconosciuto. O meglio, ero conosciuto, ma limitatamente alla provincia di Reggio Calabria, per i miei infiammati, aspri, polemici discorsi in piazza nel segno e nel sogno del Comunismo. Un qualche rimbalzo oltre il mio nome lo aveva come collaboratore del “Gazzettino del Jonio”, la creatura che non muore mai di Titta Foti, lui purtroppo morto nella memoria dei calabresi, che si illustrarono sulle pagine del glorioso e sulfureo settimanale. Ma non scrivevo di letteratura. Insomma, come studioso di letteratura calabrese, scalcagnata e negletta negli anni sessanta, non esistevo. E perciò? La seconda spinta liberatrice mi venne dall’apparizione presso Luigi Pellegrini della Collana “Studi di letteratura calabrese”, diretta da Antonio Piromalli. Il mio saggio poteva ben rientrarci o no? E scrissi al prof. Antonio Piromalli, a me noto per i suoi studi, ma fuori da ogni conoscenza personale. Proponendogli – è chiaro – l’uscita nella detta collana del mio lavoro, che mandai per un giudizio. La risposta, nella quasi indecifrabile grafia del prof. Antonio Piromalli, fu positiva. Quello che mi sorprese di più fu altro, però. Il grande calabrese, questo intellettuale con la schiena dritta, che più di tutti ha fatto per la Calabria del Novecento, non aveva aggiunto né tolto nulla al mio saggio. Non aveva corretto né una frase né un rigo né una parola. Oh, che felicità! Quindi… Quindi dovevo discutere la questione pratica, cioè i costi editoriali, con l’editore Luigi Pellegrini, che mi fissò prontamente e con l’umanità che lo caratterizza un appuntamento a Cosenza, in Via Parisio, dove aveva sede la Casa Editrice, vigilata in su la soglia da un maestoso, e non per questo meno atterrente, cane lupo. Mi ci recai con un mio amico, Domenico Zirilli, da alcuni anni nell’aldilà, grande amico, compagnone, persona disinteressata e generosa, re dei conviti nei quali, deformando e mangiandoci noti versi di Lorenzo Stecchetti, cantavamo: “Noi l’uggia debelliam del mondo tristo, bevendo in fresco e osannando a Cristo”. Io non paventavo un “no” alla pubblicazione da parte di Luigi Pellegrini. Temevo che Luigi Pellegrini, data la mia innocenza editoriale e il mio poco nome, potesse chiedermi di contribuire alle spese di stampa. E, se così… Perché io, per grazia di Dio, soldi non ne ho avuti mai, e non li ho neppure ora. Era il 1968: avevo 28 anni. Inverno, estate, primavera, autunno? E chi ricorda? Ricordo Luigi Pellegrini, seduto dietro una scrivania, affollata di libri e giornali. Elegante nella persona e nella parola. Non mi chiese di contribuire alle spese di stampa. Gli promisi che mi sarei dato da fare per la vendita del libro. Ciò che, poi, non feci. Lì, a Cosenza, mentre Luigi Pellegrini parlava e il cane lupo accarezzava l’amata soglia della Casa Editrice, nacqui come autore. Non so che cosa sono. Dicono che sono il maggiore esperto di letteratura calabrese. Può darsi. Ma più veridicamente io sono quello che mi ha fatto divenire Luigi Pellegrini, l’illuminante come illuminante lo fu Gian Vincenzo Gravina, nella definizione di Benedetto Croce. Io avevo appena intravisto una via. Lui, Luigi Pellegrini, editore in Cosenza, mi ha indicato un cammino, mi ha messo in cammino. Cammino ancora nella sua luce di bontà animatrice per la Calabria degli umili e dei semplici che, seppur non leggano, rincuorano con i loro sacrifici e i loro pesi a permanere nella lotta per il riscatto della nostra storia calpestata e irrisa. Debbo dirgli grazie con quello che ho e possiedo davvero: le parole, che salgono dal cuore. Ma, ora che a 70 anni anch’io comincio a fare un bilancio di me, della mia generazione, delle passioni, della passione meridionalista, mi vien ogni tanto da chiedermi se Luigi Pellegrini mi abbia reso un servigio o mi abbia regalato un torto obliquo. Io mi sentivo un rivoluzionario, volevo fare il rivoluzionario di professione. Non fu Luigi Pellegrini a togliermi dal campo della rivoluzione, che poi non scoppiò. Fu il PCI, che scelse il lungo cammino con la via nazionale del Socialismo. Restai, restammo senza rivoluzione e senza il rivoluzionamento del Mezzogiorno. E nel frattempo gli amici mi dicevano che io ero un intellettuale. Bene, un po’ per non dar loro un dispiacere, un po’ perché me ne sono alquanto convinto anch’io, eccomi qua. Intellettuale, in virtù di Luigi Pellegrini, che, pubblicando il mio La Cava, mi aprì una strada dalla quale non c’è più ritorno. Posso e debbo ancora ringraziarlo?