TESTIMONIANZE VARIE E RECENSIONI

"Luigi Pellegrini, maestro di una piccola e misera scuola elementare, in quel di Cleto , suo paese natio, voleva essere, e lo è diventato, maestro di cultura, di alfabetizzazione, propagatore intellettuale, organizzatore di idee e di pensiero." Pino Nano, giornalista RAI 3, Roma.

"La pazienza e la fiducia di Luigi Pellegrini in una editoria calabrese sono un fatto che può nascere solo da una intuizione culturale..." Giuseppe Selvaggi,Roma, ottobre 1961.

"Sul treno che mi prese a bordo nel 1948 Luigi Pellegrini salì quattro anni dopo. A quel tempo avevo idea di conquistare il mio spazio con l'accostarmi ai grandi personaggi della storia... E fu Luigi Pellegrini a portarmi a battesimo come scrittore impegnato collaborando alle sue riviste e tirando dai sui " torchi" il primo dei miei romanzi di polemica sociale e di denunzia , " Sole nero a Malifà (19...) e a farlo conoscere in Italia ." Ecco,guardandomi indietro alla recherche proustiana del tempo passato , trovo questi ricordi per inorgoglirmi della lunga e sempre costante amicizia con Luigi Pellegrini e dirmi lieto di saperlo valutato per quel ch' è e per quel che ha dato alla cultura non solo calabrese , non solo italiana. Sharo Gambino" ,Serra San Bruno.

"Si va sempre più affermando in campo nazionale l'animosa Casa Editrice che il sagace Luigi Pellegrini tiene con rigorose e indovinate scelte. Luigi Pellegrini, un giovane editore, ardimentoso e raffinato, che per primo ha portato in Calabria i fasti della grande editoria" Titta Madia, direttore di " Gli oratori del giorno", Roma, 1961.


Parmi les poètes de la myriade tapageuse, il se place dans l'élite surtout pour la vivacitè de son esprt .Ses frémissemente oréateurs sont rapides et féeriques comme la course d'unmétéore dans les ténèbres de l'éternel mystère du bien et du mal, du vrai et du faux, de la vie et de la mort. La philosophie de Luigi Pellegrini est plutòt intuitive que réflèchio . Ses poèmes-flèche ont la splendeur d'un éclat de feu d'artifice au fond d'un abìme et leur charme saisissant consiste surtout dans l'originalité et l'indépendance de la conception, dans la vigueur et la synthèse de la pensée, dans la souplesse et l'efficacité de l'expression . ( da " Poesie italienne de nos jours ",di Cécile Toumarinson, Ed. Relations Latines, Paris,1954 .)

Dalla Prefazione di Roberto Mandel
in Motivi (ritrovati)

Nel suo studio acuto e diligente della Poésie Italienne d’Aujourd’hui, Lila Denyl, la migliore conoscitrice della nostra letteratura moderna, lo definisce le Poéte de l’Eclair.
In verità, Luigi Pellegrini, in quanto cultore delle Muse, è fra quelli, figli schietti del nuovo secolo, il cui sforzo generoso s’esercita nel tentativo di intonar la poesia alla vita febbrilmente affrettata dall’avvento della civiltà scientifica.
Ogni periodo della lunga e lenta evoluzione umana, le cui mete non a tutti ancora appaiono chiare, si rispecchia e trova la propria documentazione storica nel complesso delle arti, fra le quali primeggia il comporre, specie in versi, come la più diretta.
Anche la grande crisi, caratteristica di quest’ultimo cinquantennio grondante di sangue e fittissimo di croci, si riflette in un travaglio tormentato e tumultuoso degl’ingegni, delle sensibilità, delle fantasie, del quale ci sfugge tuttavia la misura esatta dei valori, troppe volte falsati da giudici iniqui e indotti, che pretenderebbero d’anticipare, con l’autorità derivante dalla buona riuscita delle male tresche, la sentenza della posterità. Al travaglio doloroso e profondo cui accenno, Luigi Pellegrini partecipa attivamente, per merito di virtù innate e raffinate, indiscutibili perché attestate da opere, oramai numerose, in cui, alla densità concettuale, corrisponde l’eleganza semplice ed efficace dello stile.
La lettura obiettiva delle molte e brevi liriche di questo Poeta audace, che solo in se medesimo ricerca le regole e i modi del proprio canto impetuoso e libero, ha il merito, se non altro, di mostrare a noi, fedeli alla tradizione e dediti al rinnovamento della sua continuità, un mondo lirico sconosciuto, balenante di sentimenti improvvisi, stroncati da non meno subitanei silenzi, insorgenti da tenebre abissali.
Non so se Luigi Pellegrini sia da assumere a Poeta rappresentativo della generazione che vien dietro a noi, ma non ci segue. Forse egli medesimo non a tanto aspira. Certo, però, fra i giovani d’oggi, sui quale leva il suo labaro sorretto con mano ferma nel vento della battaglia, egli si pone in prima linea, a un posto prescelto di maggiore òneri, cui, come spesso o quasi sempre avviene in quest’ambito, non fanno riscontro più alti onori. Se, nella biografia d’uno scrittore, ogni libro chiude una fase maturata ed apre la successiva, così da offrirci a un tempo i frutti d’un autunno concluso e i fiori d’una succedente primavera, questi Motivi sono il felice tramonto d’una poesia di giovinezza preludente a derivazioni e superamenti per ora imprevedibili.
A differenza di quelli d’altre epoche ben più tranquille della storia letteraria (ch’è, poi, la narrazione vera dei fatti intellettuali e spirituali), i Poeti contemporanei son chiamati a un ufficio da far tremare davvero “le vene e i polsi”. L’uomo moderno, deluso e incredulo, aspetta di conoscere il perché soddisfacente della sua vita terrena e la ragione superiore della propria sofferenza irrequieta. Rispondere alle gravi domande angosciose del tempo nostro, potrà sembrare ad alcuni incarico più di filosofi che di vati: venga un altro Nietzsche e da lui desumerà “virtual nutrimento” un novello D’Annunzio. Il più delle volte, però, accadde l’opposto: il nihilismo non precedette Giacomo Leopardi e noi conosciamo l’epicureismo grazie al mio diletto Lucrezio. Contemporaneo d’Omero e quindi vissuto nel IX secolo avanti Cristo, Esiodo precedette Anassimandro. Anch’io, prima composi la Trilogia dell’Infinito, ignota agli ânes en clair che tengono docenza per amor di biada, e dopo l’Universo Razionale. Luigi Pellegrini ha il merito eminente – e non gli sia misconosciuto! – di partecipare allo sforzo di definizione di quest’incerto e gravissimo periodo, pregno davvero d’inscrutabili fati, del cammino barcollante dei popoli, oppressi dal giogo operosissimo della fatalità umana. Anche questo forte e sovente gentile Poeta di Calabria trae dall’imo della sua individualità agitata una fiamma, un bagliore, una scintilla almeno, a dar luce nell’oscurità avvolgente un mondo in cui tutto rovina: – are, altari, insegne, simboli ed emblemi – mentre nulla sorge con l’impronta della stabilità. Nonostante tutto, molto si scrive e si stampa oggi, specie in fatto di poesia irregolare, da troppi scambiata con la faciloneria. Appunto per questo, difficile riesce, non soltanto emergere: semplicemente distinguersi, così da non andar confusi e perduti nel coro vano delle cicale effimere. Senza dubbio alcuno, questi Motivi s’elevano e si staccano assicurando al loro Autore la considerazione di quanti (che son pochi) sanno leggere, cioè capire e apprezzare.
Luigi Pellegrini si profila nettamente contro lo sfondo di una moltitudine priva d’originalità, e sbalza ad alto rilievo dal groviglio confuso. Anche questo suo libro nuovo, cui auguro e vorrei propiziare un successo luminoso, è la testimonianza dell’arte di un Poeta ben degno d’una rama dell’alloro che dovrebbe essere sacro, anche e soprattutto sul Campidoglio, e non da spreco per coronar le zucche.
Parigi, novembre del 1952



Da "Questione meridionale", n.2 marzo/aprile 2004
Per gli ottant'anni di Luigi Pellegrini l'Illuminante di Pasquino Crupi

Luigi Pellegrini ha compiuto, il 21 febbraio, l’ottantesimo anno di sua vita, profumata dall’eleganza del tratto, in lui sorgivamente nativo, dalla cortesia, che fu dei cavalieri antichi, dalla civiltà delle maniere, che ebbe trionfo nelle corti rinascimentali, dal cuore intelligente, che chiede al sapere d’invocare sempre la verità e dirla. Come giustamente scriveva Francesco De Sanctis in proposito di Giuseppe Parini, in Luigi Pellegrini l’uomo viene prima dell’intellettuale e dell’organizzatore culturale. Condizione, questa, che promuove lo sguardo sulla realtà circostante e lo immerge febbrilmente nei suoi bisogni materiali e spirituali, di pane e di sapere.
Non vi può essere appassionamento intellettuale senza appassionamento umano. Immaginiamo Cleto in provincia di Cosenza, il paese in cui Luigi Pellegrini nacque, ottant’anni fa. Vale a dire: nel 1924. Una borgata minuta dove l’attrito della zappa sulla dura terra, ancorché reso fioco dalle braccia stanche, rombava unico sulle case e sui tuguri e con l’Ave Maria scampanata intendeva che la vita era solo quella vita materiale.
Ma immaginiamo ancora, e in avanti, Cleto 24 anni dopo, nel 1948. Tre anni sono passati dalla conclusione della guerra, e a Cleto è ancora l’attrito della zappa che si fa sentire. Qualche scuola, qualche insegnante, il cielo, fatto per la preghiera e non per le stelle. Luigi Pellegrini ha 24 anni. È giovane maestro. Ha le ali nel cuore e vola a 22 anni verso il matrimonio, che è amore, con la signorina Letizia, la quale lo accompagnerà nella vita, come ancora adesso lo accompagna, tra corteggio di figli, con sorridente silenzio.
Gli è fiorito in petto da un pezzo il sentimento del socialismo e lo nutre e lo attualizza, andando di paese in paese, a sventolarlo come una bandiera d’onore, che non si ammaina mai, e a porgerlo come un altare dove la carne del popolo deposita le sue piaghe e spera di guarirle. Ebbe maestro Pietro Mancini, e compagni di lotta Giacomo Mancini, Cecchino Principe e molti altri compagni, che, come il milite insepolto, la storia infetta catapulta nel campo degli ignoti. Il cuore, infiammato, di Luigi Pellegrini dettava versi. Rimanevano nel cassetto. In Calabria nel 1948 non c’erano editori. Divenne editore di se stesso. Mise su una rivista, da lui diretta, Il letterato, che servì a rendere non più universo l’attrito della zappa a Cleto e nel territorio calabrese. Emergeva una Calabria che sapeva scrivere, che aveva bisogno di scrivere, di rivelarsi, con propri mezzi editoriali, con il suo vero volto, più volte imbrattato da pellegrine penne. E fu la volta, poi, della prestigiosa e prodigiosa rivista Incontri meridionali, che ebbe tra i suoi maggiori collaboratori Tommaso Fiore, grande umanista e grande meridionalista. Ma intanto la casa editrice Pellegrini si spostava da Cleto a Cosenza. Ingrandiva la sua immagine e s’ingrandiva con i nomi di Leonida Répaci, Fortunato Seminara, Antonio Piromalli, il già ricordato Tommaso Fiore. Non s’ingrandiva soltanto, ma ingrandiva giovani di belle speranze, come gli storici Giuseppe Restifo e Saverio Di Bella, lo scrittore Carmine Abate, anche chi scrive, esordito con una monografia su Mario La Cava.
Sono trascorsi molti anni da quel 1952 in cui, con il sole dell’avvenire della Calabria avanti a sé, Luigi Pellegrini fondava la sua casa editrice, saldando una frattura storica tra Nord e Sud. Non Va’ pensiero un editore tra i tanti, ma un editore illuminante, e non a caso uso il termine che Benedetto Croce adoperò per definire l’azione culturale di Gian Vincenzo Gravina. Poiché vero è: la Calabria era al buio, Luigi Pellegrini accese un lume, che la storia sempre da noi disdicente non è riuscita a spegnere né ad isolare.
Tutt’altro. Oggi, in Calabria, possiamo vantare l’esistenza di almeno cinquanta case editrici operative. Son tutte scintille dell’insolito fuoco acceso da Luigi Pellegrini, il quale, uomo e umanista, ha visto nel libro la fiaccola che illumina le vie dell’avvenire. Sulle quali in cammino è il figlio Walter, inquietamente consapevole, che non ha avuto in eredità una casa editrice, ma un lume da tenere acceso. Così è, così accade, quando il fuoco è sacro. Quando, come quello di Luigi Pellegrini, sacro è il cuore . Non un muscolo, appunto, ma un tabernacolo dove per oggi, per domani, per sempre si custodisce la Calabria e la si porta per l’Italia, per l’Europa, per il mondo dal lato alto: la sua civiltà letteraria, amica e vicina alla sua civiltà del lavoro.

Da Motivi ritrovati di Luigi Pellegrini
Testimonianza di Luigi Roberto Burgo (giornalista, scrittore)

«In bella veste tipografica, nella collana «Poeti d’oggi», Gastaldi in Milano ha pubblicato un libro di liriche del giovane poeta calabrese Luigi Pellegrini da Cleto. La presentazione accurata ed obbiettiva è del noto scrittore Paolo Broussard. «Scintille rappresenta – scrive il Redattore dell’ORBIS Salvatore Sicilia – la giovane ma matura fatica del Pellegrini che parla liberamente un linguaggio nuovo al mondo della poesia. In questa raccolta – continua ancora il Sicilia nel giornale «Il Mattino» di Napoli – c’è aria di novità; e Pellegrini è qui, tutto sè stesso e la sua anima di Poeta è raccolta in contemplazione e prega, e canta e commenta ogni passo della vita. Tra i numerosi consensi e giudizi che questa opera ha meritatamente raccolti, da grandi personalità di studiosi e di letterati, ci piace – in queste colonne – riportarne qualcuno:
Ecco la genialissima Poetessa Ennia Clarice Pedrocco che si congratula con l’Autore, affermando, con piacere, tra l’altro: «…Attraverso il dolore, il tormento, l’anelito alla Luce; quante bellezze di immagini e quanta grazia di lirismo! Le vostre «Scintille» sono gioielli veri, trine di sogni e d’aspirazioni, baleni di canti delicati e armonie dolci e leggere, che carezzano l’animo e lo trasportano in un cielo di purezza!…» E Mario De Gaudio, redattore del «Corriere di Roma» «…Che dirti, mio fraterno amico? Ho letto le tue liriche con quell’ansia fraterna che ci fà condividere le gioie dell’Arte per una comunione perenne di fede. Lo spasimo dell’Arte, intessuto dai fili del tuo sentimento per poi divenire catarsi, come serenità equilibratrice, ha assunto le gradazioni liriche più palpitanti. Tu, sei poeta, carissimo!…»
E Gianni Paonni: «Le immagini sono delicate e si raccolgono in un’onda di sentimento, che impresso in una certa brevità stilistica, trova tuttavia un mezzo adeguato di liberazione e di espressione, in quella semplicità per la quale e dalla quale sono venute fuori quelle immagini e quel canto del cuore…». «La sua poesia – scrive A. Arrigoni di Monza –, caro Pellegrini, commuove ed avvince con la squisità umanità ed originalità. E’ inutile dirle che la pubblicazione merita veramente un felice esito.
E l’esito felice «Scintille» l’ha ottenuto. Scrive più tardi, infatti, lo scrittore e critico Antonio Panetta, direttore de «La Ginestra»: «…In questo volumetto vi si scopre una compensazione in bilico mirabile tra Forma e Contenuto, fra Espressione e Concetto, che fanno di questa poesia una conquista fresca e genuina di modernità. La Parola soppesata, aggiustata con spontanea accortezza di cuore e di squisito senso, è un originale vincolo fra il mondo incognito della poesia arcanista e la obiettiva classica realtà delle cose…«Scintille» è una conquista che dichiara senza ombre la autenticità del Poeta. Luigi Pellegrini, operoso e innamorato, liberale e saggio, figlio di Calabria, ci ha dato una tangibile prova del suo divenire, e sempre più ci promette nuovi approdi verso un mondo di sogno e di eterna illusione che è poi, in fondo, il mondo vero, quello del Bene immutabile…» Ma, non basta. È Domenico Cara che aggiunge: «…Una poesia, quella di Luigi Pellegrini, scorporata dalle pesantezze metriche e chiusa entro limiti di estrema modernità che sa creare tutta la suggestività e la semplicità di una lirica personale. Una limitatezza ritmica che sà formare tesori di stile patetico, ingenuo e di immediata efficacia emotiva.
Ascoltiamolo, intanto, in qualche suo momento. Il sole non è più mio / così raggiante di luce. / Qui l’orizzonte / d’improvviso s’oscura, / s’inabissa / in un mare di croci / Ed io sto per annegarvi. ed ancora in un’altra non meno riuscita tanka: Il sentiero stretto ch’io batto / è interminabile; / pare voglia portarmi / lontano / ove l’anima mia / anela tuffarsi…. / in un cuore innocente. Sono, queste due tanke di sottile bellezza, ma di suprema aspirazione, venute alla luce da un flusso di vita interiore, umili ed alti nello stesso tempo, che permettono una sosta di freschezza e di essenziale garbo e, insieme – continua il chiarissimo poeta Domenico Cara – il senso di dignità piuttosto che una pura intenzione di canto.
E Bruno Agazzi, lo scrittore torinese tanto acclamato: «…Versi concisi quelli del Pellegrini, ben martellati, eleganti. Liriche piene di sincerità ed altamente significative. Composizioni originali, profondamente sentite…» E il poeta Domenico Destito definisce le liriche del nostro giovane scrittore Pellegrini: «…Tanto piene di sentimento, ma la loro musica non si ferma soltanto all’orecchio, essa scende, carezzevole e pur sì triste, nel profondo del cuore, e lo commuove. E questa è Poesia – continua ancora con ammirazione il Destito – quella poesia che fu, e sempre sarà delle anime grandi e dischiuse ad ogni vibrazione dell’infinito, ad ogni bellezza e arcano fascino della Natura e dell’anima umana. È questa – caro Pellegrini – una Sua conquista, ma ne sono per certo e glielo auguro di tutto cuore, altre e più luminose ne farà. Avanti, dunque, e sempre più in alto!»
E Luigi Pellegrini non si ferma, la sua Arte non ha soste; Egli sa camminare sulla via dell’arte con passo fermo e deciso. Ed il suo canto evade, si fa sentire da tutte le anime, commuove tutti i cuori, eleva tutti gli spiriti. Intanto ascoltiamo il breve, ma significativo giudizio anche di G. Battista Froggio, il poeta della nuova Calabria. «… Ci sono nelle poesie del Pellegrini buoni motivi di chiara aspirazione poetica. Penso a «In un mare di croci», «Attesa», «Canto segreto», «Destino», dove c’è una profonda, sincera, densa liricizzazione di un interiore pathos sofferto: escavazioni d’anima «patite» in contemplata staticità con belle aperture e spaziose visioni di cosmica trepidazione. Belle intuizioni, davvero! Ci sono nelle sue «cose» tutti i germi lievitanti per una sicura e, spero, non lontana germinazione…». Ora vogliamo concludere questa corrispondenza riportando quanto ebbe a scrivere P. Broussard: «Caldo lavoro di sincerità ove lo spirito della giovinezza, salpando ancora oceani di sentimenti flessili, denuncia una fattura di forme interiori che non potranno rinvenire l’acquieto nell’ambito comune degli affetti tramandati modatizi…».
Un lavoro veramente degno di essere apprezzato, d’essere stato lodato con sincere parole da Francesco Grisi, Giuseppe Selvaggi, Giuseppe Carrieri, Leonida Rèpaci e tanti e tanti altri che hanno voluto coronare coi loro lusinghieri giudizi il successo strepitoso della poesia di Luigi Pellegrini. Una poesia che è destinata a portare una luce nuova per le vie oscure e tortuose del Mondo; una poesia che è il canto di una anima buona, libera, aperta; piena di bontà, di fede, di amore.
Noi, che da Luigi Pellegrini aspettiamo ancora tante cose, non possiamo fare a meno di rivoltargli l’attestato della viva ammirazione con gli auguri più belli, più cari di un grande avvenire, ora che il lauro ha ben meritato».


Francesco Volpe (Storico)
Un uomo solo, privo di aiuto, ma armato di volontà, gusto e intuito sicuri
Chi come il sottoscritto ha assistito agli esordi editoriali di Luigi Pellegrini – esordi artigianali, pionieristici, non sempre immuni dai condizionamenti di un allora fiorentissimo sottobosco paraletterario calabro – e guarda oggi alla dimensioni assunte dalla sua casa ed alla ben altrimenti seria e motivata produzione pellegriniana, non può trattenere un moto di ammirazione: ammirazione resa ancora più viva dal pensare che dall’inizio del ’50 ad oggi, dallo stambugio cletese all’attuale elegante e prestigiosa sede, un cammino lungo e significativo, confortato dall’adesione dei nomi più significativi della cultura italiana (si pensi a Rèpaci, ad Alatri a Seminara, ad Abate e a tanti altri), è stato compiuto da un uomo solo, privo di qualsiasi aiuto economico esterno, armato solo della sua caparbia volontà e di un gusto e di un intuito sicuri.
(«Nuova Rassegna», Cosenza, n. 1-1991)

Pino Nano (Giornalista)
L’avventura disperata di Luigi Pellegrini nella storia culturale della Calabria ignota
La personalità di Luigi Pellegrini s’identifica con la storia culturale della Calabria. La sua opera editoriale rispecchia, in tutta la sua evoluzione, i progressi e la coscienza civile della nostra regione. L’iniziativa interpreta in tutta la sua complessità e dimensione lo spirito fortemente “individualistico” del temperamento calabrese: un cammino isolato e solitario per l’aspre contrade dell’assolata e brulla Calabria intellettuale. Un’avventura disperata nell’ignoto culturale dell’abbandono più assoluto: una speranza che si propaga da uno di quei paesetti sperduti tra le calanche dirupanti dei declinanti monti calabri: un barlume che si accende e che, man mano, diventa incendio di passione per il libro, per la carta stampata: l’illusione di un sogno allucinante che da poesia immaginaria diventa concreta realtà e si salda nella volontà indomita di chi vede al di là della siepe. Certo, molte incomprensioni, non poche delusioni, forse qualche espressione d’ironica compiacenza per un’aspirazione che sembrava, al buon senso dei più, un’assurda irrealizzabile incongruenza di un giovane idealista che aveva perduto il senso della vita reale. Gli anni cinquanta, la disperazione del dopo guerra, la miseria più nera, la disoccupazione, la violenta occupazione delle terre, l’emigrazione, il duro lavoro e la fatica più inumana per procacciarsi un tozzo di pane non so immaginare come potessero conciliarsi con le iniziative di chi, nel proprio paesetto, immerso in quella dura realtà, nel sogno della sua poesia, guardava alla risoluzione di quella miseria con la trasformazione profonda del loro modo di vivere, con la costruzione di una diversa cultura. Lui, maestro di una piccola e misera scuoletta elementare, voleva essere, e lo è diventato, Maestro di Cultura, di alfabetizzazione, propagatore intellettuale, organizzatore di idee e di pensiero. I desideri sono diventati, nella sua opera di editore, parole, movimento, ricerca, storia, letteratura, politica, problemi sociali. Da solo ha iniziato il cammino e, dopo poco, si sono uniti, alla sua strabiliante avventura, altri, animati dalla sua stessa passione, dalla sua stessa ideologia, a sognare, a scrivere, a seminare idee e, l’albero dei sogni, nel suo giardino fantastico, è incominciato a fiorire, è diventato una folta foresta: oltre 2000 pubblicazioni. I problemi della Calabria, le lotte civili, le tragedie naturali, i costumi, le tradizioni, la storia dei suoi paesi, le aspirazioni millenarie, la poesia del suo popolo sono entrati, attraverso la rielaborazione di tanti scrittori, nel patrimonio culturale dell’editore Pellegrini che, così, con l’entusiasmo e la spontaneità del poeta, ha saputo raccogliere e tramandare, per le generazioni future, una eredità, che dimostra, al resto d’Italia e al mondo, la ricchezza di civiltà e la genialità della sua gente. L’entusiasmo, il coraggio dei pionieri ha contraddistinto l’avventura intellettuale del maestro Pellegrini: un’avventura che è approdata ad una realtà editoriale che ha saputo e sa raccogliere intorno a sé tanti studiosi animati dalla sua stessa passione e, molti di loro, specie i giovani, non avrebbero avuto la possibilità di essere gratificati nel loro sforzo di ricerca e il loro lavoro sarebbe restato un’oscura, dimenticata fatica individuale. La storia di un editore meridionale è possibile comprenderla solo se s’inserisce nella realtà sociale, economica e politica del paese in cui nasce. Il degrado culturale ed economico, il clientelismo politico, la povertà endemica, l’emigrazione della classe intellettuale ci danno la misura immane degli sforzi sovrumani che un’iniziativa editoriale ha dovuto affrontare, non per sopravvivere, ma per crescere, per misurarsi e per competere con le aziende sostenute, non solo da una tradizione storica, ma anche da strutture sociali, economiche, finanziarie adeguate alla loro capacità produttiva e commerciale. L’isolamento della Calabria, la sua impossibilità territoriale ad allargarsi in un territorio più ampio e collegarsi con altre regioni e con le comunicazioni europee ed internazionali, è una delle regioni per cui è difficilissimo creare delle strutture industriali e commerciali efficienti e di grandi dimensioni. Perciò, analizzando i risultati produttivi, a cui è pervenuto l’editore Pellegrini, gli si dovrà riconoscere una capacità manageriale, che lo pone in una funzione culturale nazionale. Le prime intuizioni, i primi tentativi si sono rivelati non stramberie di un sognatore, ma concretezza operativa, funzionalità industriale, opera altamente culturale di trasformazione sociale e di acculturazione intellettuale, rivoluzione di costumi e storicizzazione di idee, di pensiero e di tradizioni. Ai primi spontanei appassionati di poesia, ai primi ricercatori improvvisati si sono affiancati cultori professionisti, scrittori di fama e, così, l’impresa culturale è cresciuta, ha travalicato i confini regionali ed ha invaso il mercato nazionale. Come ad un richiamo affettuoso molti figli della terra calabra, che avevano oltrepassato i confini per ricercare notorietà e cultura in altri paesi più ricchi, hanno ritrovato ospitalità e fiducia nella casa editrice del Maestro Pellegrini ed hanno pubblicato le loro opere, che hanno reso illustri gli autori e l’editore. Ora le pubblicazioni, nelle eleganti vetrine delle più dotte città d’Italia, nelle più famose librerie delle città più importanti, fanno bella mostra di sé ed hanno reso civettuolo anche un po il timido maestro del Sud. Il coraggio giovanile dell’avventura si è trasformato in impegno culturale e civile, in ferrea costanza d’infrangere gli schemi mentali che dominano nei comportamenti intellettuali e nelle imprese produttive: una trasformazione di costumi che cozza contro atteggiamenti di una classe politica retriva e sempre vigilante ed accomodante per tutelare i propri interessi clientelari, un malcostume amministrativo, un clima mafioso che terrorizza e provoca morte hanno motivato la pubblicazione di collane, che si propongono di creare nella gente una diversa coscienza civile, una cultura alternativa, un più sentito e partecipativo costume democratico. Le opere, che riguardano l’infamante problema della ’ndrangheta, della mafia, della camorra, curate in una bella, fantasiosa significativa veste tipografica, rappresentano gli studi storici più attuali e più scientifici e si propongono di diffondere non solo la conoscenza del fenomeno ma di creare una coscienza e una cultura dell’antimafia. E poi bisogna aggiungere tante, tante altre collane, di bella letteratura, di poesia, di critica, di ricerca storica locale e nazionale, di ambientazione sociologica, di pedagogia, di problematiche varie. Inoltre, tante riviste, riguardanti i settori più specialistici della ricerca intellettuale e dell’attualità, curate dagli studiosi più noti in campo nazionale ed internazionale e tra queste, non ultime, due riviste, riflettenti un’antica e prima passione giovanile: la letteratura poetica e l’attività educativa: Il Letterato e Qualeducazione continuano a testimoniare la passione culturale di un umile Maestro di un paese del profondo ed amareggiato sud, che ha avuto l’allucinante sogno d’inventare e creare dal nulla un’azienda che, con lo spirito del pioniere, diffondesse cultura, costume e conoscenza e il suo intimo tormento d’idealista solitario diventasse centro e richiamo di quanti si vedono crescere nel proprio intimo un pensiero, un progetto culturale, una passione intellettuale. E così, di se stesso ebbe a dire:

“Ho cominciato la vita
come sicuramente la terminerò:
in mezzo ai libri” (Jean - Paul Sartre)

(«Nuova Rassegna», Cosenza 1989, nn. 8.12


Sergio Vincenzoni (Saggista e poeta)
«Un breve volume quello di Luigi Pellegrini. Una raccolta di liriche: “Scintille” edite da Gastaldi, Milano 1951. Un compendio di stati d’animo, di momenti suggestivi, di essenze virtuali. Ma in ogni momento, un certo motore, agita qualcosa che ha del vivo, del puro. Talvolta con un linguaggio che rasenta l’Hai-Kai, tal’altra con l’impetuosa immediatezza di chi vuol esser subito ciò che sente, senza concedersi l’inutile lusso della retorica. L’essenza soggettiva di quel suo conoscere il mondo, non dà requie al verso e subito scaturisce, come spinto dall’impulso d’una castità espressiva, d’una verginità letterale. Un atteggiamento involuto ed istintivo, quello del Pellegrini, che non conosce l’indugio blando della musica, ma che contiene, nell’afflato poetico, tutta la musica inespressa. Immagini fugaci, che ci costringono ad una sosta ed a un sollievo proiettivo. Una naturale esperienza sintetica che conclude il canto artistico, come una valva scabra di mollusco racchiude la perla. Quando il mollusco apre la valva, ciò che nasce è così ricco d’immagini di saggezza ovviosa, per simile temperamento lirico, che ci disorienta. E ogni gesto, un linguaggio serrato e introspettivo si snoda, come se volesse riservarci ad ogni volta una nuova sorpresa. “Il sentiero stretto ch’io batto / è interminabile / pare voglia portarmi / lontano / ove l’anima mia / anela tuffarsi… / in un cuore innocente”. Questi versi, dedicati al figlio, ci lasciano un’impronta di dolcezza ch’è quasi nascosta, tra le parole, e che non è avara di sensi. Poeta senza incertezze, senza fatturosità, senza reminescenze addomesticate. Puro, com’è puro il suo esistere umano. Poeta immediato, il Pellegrini, e, come l’ottimo Paolo Broussard, suo prefattore, afferma e come io stesso ho già detto, sensibile a certe esperienze Hai-Kaiste, ma non intese nel senso dominante. Il Pellegrini immediato, si stacca da ogni vizio di forma e assume il patrocinio di un piccolo mondo libero, staccato da altri pianeti viciniori, lontano anche, dal flusso luminoso di altri soli, di altri astri. Un simbolismo soggettivo che trasfigura la realtà e la fa sua, come ogni altra non avesse vita che in virtù di quella. Per questo, poeta immediato, poeta senza pretese, che cerca soltanto l’assolutismo del suo conoscere. Ed è arte, nuda e senza pudore, che guarda attraverso i suoi occhi, durante tutta la sua ricerca affannosa».


(dal volume «Poesie italienne de nos jours», di Cécile Toumarinson - Ed. Relations Latines, Parigi, 1954)
«Parmi les poètes de la myriade tapageuse, il se place dans l’élite surtout pour la vivacité de son esprit. Ses frémissementes créateurs sont rapides et féeriques comme la course d’un météore dans les ténèbres de l’eternel mystère du bien et du mal, du vrai et du faux, de la vie et de la mort. La philosophie de Luigi Pellegrini est plutot intuitive que réfléchie. Ses poèmes-flèche ont la splendeur d’un éclat de feu d’artifice au fond d’un abîme et leur charme saisissant consiste surtout dans l’originalité et l’independance de la conception, dans la vigueur et la synthèse de la pensée, dans la souplesse et l’efficacité de l’expression».

Domenico Destito - Catanzaro (Poeta)
«Caro Pellegrini …ho letto con piacere qualche Sua lirica e Le assicuro che ne sono rimasto ammirato. Le faccio perciò, nell’inviarle i più distinti e cordiali saluti, le mie più sentite congratulazioni».

Mario Donzelli - Napoli (Scrittore)
«Le sue poesie mi piacciono tutte: sono belle, piene di fantasia e di sentimento».

Dott. M. De Gaudio (Giornalista e scrittore)
«…Il mio “Caleidoscopio” ospiterà le tue poesie. Le ho lette con piacere e t’assicuro che vi ho notato una sincera espressione lirica. Bravo, davvero!».

(dal giornale «Il Messaggero» di Roma)
«…Delicato poeta, il Pellegrini, tratta con facilità il verso e le sue poesie riescono belle, salde e temperate. La sua poesia vale tanto… L’A. promette belle conquiste…». (dal giornale «Il Messaggero» di Roma)

(da «Vetrina di poeti», Garello editore, 1952)
«Unito all’ispirazione possiede il dono del verso levigato; indiscutibile. Una nota che ripicchia insistente ci dà il senso dell’ultimo classicismo. È ancora una ricerca, ma siamo agli albori di un giorno festante di luci. Auguriamo a Luigi Pellegrini di spalancare la fortunosa porta del giorno».

Prof. Dott. Giuseppe Calogero - Reggio Cal.(Filosofo-Pedagogista)
«Illustre Professore Pellegrini, come un dono veramente gradito, ho ricevuto il Vostro volume di versi, che Vi assegna un posto non secondario nella costellazione dei cultori calabresi delle Muse. Ho letto rapidamente – e col più vivo interesse – le Vostre liriche, e vedo che siete a buon punto nella via per aprire il Vostro solco poetico che è già riccamente cosparso di motivi e di sentimenti fra i quali predominano l’inquietudine di uno spirito assetato di verità e di affetti, la dolcezza e il timore del silenzio, gli smarrimenti e le segrete attese della coscienza, l’incubo del Destino e un supremo bisogno di evasione verso la Luce. Infatti questi motivi atteggiati ed espressi – più di una volta – in forme ad immagini squisitamente personali, costituiscono già una premessa e una garanzia di più fecondo sviluppi creativi. È evidente nel tutto, ma non è una nota di demerito, un processo di chiarificazione interiore che darà sicuramente i suoi frutti. I Vostri amici ne gioiranno di cuore, né io sarò fra gli ultimi. Con molti cordiali saluti». Vostro Prof. Dott. Giuseppe Calogero - Reggio Cal. (Filosofo-Pedagogista)

Benito Soranna (Giornalista e scrittore)
«“Insegnare, istruire un’anima, è al tempo stesso donare e donarsi…” (Pio XII, 6 ottobre 1940). Le parole del Pontefice racchiudono la realtà e il programma dell’educatore; esse postulano la sublimazione dell’atto educativo e proclamano la vocazione del Maestro fatta di continue immolazioni e di quotidiane conquiste. Non è, infatti, soltanto prestazione fisica e disimpegno di un dovere la funzione dell’educatore che, invero, esige dedizione cui sia immanente il contatto spirituale, il quale, anzi, si inserisca come fondamento di ogni motivo etico ed estetico nella formazione del fanciullo. L’offerta presuppone sempre una volontà generosa disposta a “donare”, anche se, spesso, l’immolazione si commisura dall’entità della causa per cui si dona. È indubitabile d’altra parte che l’atto generoso, per rispondere in tal senso, implica cooperazione piena dello spirito, quindi, il “donarsi” anche per sancire la partecipazione del principio d’amore, possibile solo dove è verace immolazione. Quando l’educatore realizza un tale mondo, siccome offre in nome di un supremo ideale di amore e perché conforta, alimenta l’atto educativo con superamenti immolatori spiritualmente armonici, è artista. Se lo scultore foggia, dando le forme dell’estetica, la statua, l’educatore non foggia ma infonde l’eticità, spiritualizza, non prescindendo, certamente dai canoni di un’estetica adeguata. Inoltre, l’educatore è artista perché tale lo proclama l’umanita dell’educando che gli sta dinanzi e che è opera d’arte in quanto è operante in un rapporto armonico del quale, docente e discente, agendo, non cessano di seguire le norme dell’etica migliore, anche se non imposte. Nell’apporto tra due umanità agiscono due anime: una disposta ad autoinibire i propri impulsi e, quindi, autogovernarsi ed altra a rendersi sempre più inutile alla luce di quella che oggi si chiama atmosfera sociale o, meglio, interpersonale. Nella scuola si realizza, quindi, un’opera d’arte nel senso più vivo, direi divino, perché ivi l’artista illumina, guida, desta, promuove la maieutica socratica, non escludendo la cosciente ed attiva partecipazione dell’oggetto delle sue cure: l’artista è personalita vivente e operante e l’opera d’arte è anch’essa personalità vivente e operante per la sua stessa formazione? In simile opera di elevazione spirituale, in cui affiora e trionfa l’amore, sublime nozione dell’artista, l’educatore compone il suo poema, perché assurge a motivo, direi, lirico l’atto di suscitare nel fanciullo momenti spontanei e coscienti. E non c’è processo educativo laddove non soffia l’alito della poesia che caratterizza l’artista educatore e rende proficuamente accettabile l’intervento di chi educa. E poesia è quell’insieme di ritmi d’amore che armonizza due coscienze operanti, una alla luce di una fede nella verità del fatto educativo, e con una volontà tesa a rendere amorosamente gradita una – per dir così – formula educativa, ed altra volontà fidente disposta ad autoinibire i propri moti in armonici accenti. Si realizza così il Maestro, reso poeta, artista, dall’opera d’arte che esige equilibrio, concerti di vivi accenti spirituali capaci di assurgere a vera poesia di educazione. Ogni momento educativo adempie naturalmente e spontaneamente ai dettami di una poetica non prefissa, ma vivente, quasi congenita, fatta e non scritta, ma sempre rispondente ad una estetica di cui lo Schiller esige la presenza nel fatto educativo. Luigi Pellegrini s’inserisce, maestro ed artista, in tale atmosfera di poesia come espressione della voce eterna dei vati della gioventù, foriero dell’universale arte: quella che presiede ovunque alla educazione dello spirito umano. In tale realtà il suo spirito d’artista s’incastona come gemma di giovanile ansia, portando l’anelito fresco dell’educatore che asserisce l’eterna poesia del verso e dei ritmi e quella della formazione delle anime. Nel Pellegrini, espressione della gioventù operante, si estingue o, meglio, si converte, trasumato nel divino concetto di poesia, l’eterno dissidio inevitabile nella realizzazione degli alti disegni e di tutti i nobili ideali. Eppure resta sempre l’eterno anelito del giovane che ama ancor più “donare” quasi volontà di superamento dello stesso io nella consapevolezza di dover essere sempre più missionario e di sorridere di generosa offerta agli ideali super-individuali. Nasce così l’insoddisfazione che è la voce prorompente degli spiriti generosi, pronti ad immolarsi per l’affermazione di un principio interpersonale. E la scuola è palestra d’amore, dove il poeta respira il proprio ambiente come Luigi Pellegrini sa insegnare e dimostrare. Amore è dedizione e soffio di poesia; dedizione, che è ribellione agli egoismi, e sublimazione del dovere sono due realtà in cui si deve incentrare la personalità dell’educatore. Il Pellegrini accetta, facendone motivo poetico, entrambe portandovi inoltre l’acume di una poesia che si accorda con la realtà per sancire non un programma educativo, ma un vivente mondo poetico in cui attingono le anime giovanissime. “Scintille”, il volumetto di poesie del Pellegrini, contiene davvero il riverbero scintillante del poeta educatore che, in versi alti ed accorati, fa sentire un inconfondibile atto di fede, una sovrumana aspirazione caratteristica nei giovani premurosi per la missione. Sprazzi geniali di poesia aleggiano e si diffondono, ingemmando tutto un concerto di umano desio e simboleggiando il nobile ideale d’amore: è l’amore che santifica l’azione, è amore che, affiorando da saldi versi, va ad ingigantire il potente soffio di una poesia che, come dicevo, l’atto educativo sviluppa e richiama. E Luigi Pellegrini riporta e sviluppa in “Scintille” la irrefutabile orma del suo spirito trascinatore che insegna, giovane, la nobile via dell’operosità umana ai giovani cui non è lecita, nel campo educativo, altra migliore via che quella del dovere e del sacrificio. In versi vigorosi e stupendi, rotti qua e là da una ribelle e tenue armonia malinconica anelante alla luce, il poeta-maestro, pur non dimostrando nulla di didascalico, e di sentenzioso, riferisce il conato di uno spirito indomito avanzantesi nel sereno, sospinto da una insoddisfazione, desideroso di far valere la sua giovinezza e la sua virtù dell’educatore-artista nei contrasti interiori. Si sprigiona, così, da ogni verso un pàthos, una nota ispiratrice che educa perché esalta la dedizione e convalida la vocazione del maestro, la cui anima anela “tuffarsi in un cuore innocente” accendendo quella luce verso cui Luigi Pellegrini ed ogni grande spirito volgono la mente ed il cuore. Freme nel Pellegrini l’animo di un educatore sereno, voce solenne che, adamantina, si affaccia alla ribalta per insegnare ancora che, al di fuori degli interessi particolari, c’è nei forti una dedizione, uno spirito di sacrificio ed anche una vocazione pur se sopita. Ed è questa volontà, questa dedizione che è poema di fede e di sacrificio, è l’impeto di un giovane educatore che, a contatto della propria, agita le coscienze degli altri, fa poesia, desta ardori, divinizza la missione innestandovi la sublime anima poetica. Luigi Pellegrini, poeta ed educatore, esorta con la sua poesia ad accettare il principio apodittico che fa del maestro non soltanto un docente, ma l’apostolo, il quale, in atmosfera d’arte, forma le coscienze in un mondo spontaneo ed armonico soffuso di dolce poesia. Egli sembra esortare con caldi accenti: accorrete padri ed emuli, docenti e discenti al “convivio”, al salutare banchetto, perché c’è “il pane delle anime nostre”».

Idillo Dell’Era (Scrittore e poeta)(da «Il Letterato», n. 2, 1953)
«Brevissimi componimenti che mandano sprazzi di luce…».

Ernesto Giannini (dal volume “Saggi Critici” - Rassegna panoramica di alcuni Poeti Contemporanei, Ed. Arte della Stampa – Pescara, 1957)
«…Delicato poeta, il Pellegrini, tratta con facilità il verso, e le sue poesie riescono belle, salde e temperate. La sua poesia vale tanto...L’Autore promette belle conquiste...». (Dal giornale Il Messaggero di Roma). Stando a tale presentazione, l’A. non avrebbe più nulla da temere, la critica lo appoggia favorevolmente. E meritatamente, aggiungerei io. La sua poesia, infatti, è bella e lo stile è buono. Il concetto è bene espresso. La profondità dell’argomento trattato, alle volte raggiunge la meta prefissa, e la purezza, la freschezza del verso, sprigiona nella poesia del nostro poeta. Ha molto pubblicato e tutto è apparso al critico buono, e questo ne è la testimonianza del valore della sua lirica. Il Pellegrini è riuscito, fra tante riviste letterarie più o meno accettabili, ad imporre la sua: “Il Letterato”. Rivista che può competere saggiamente e per il contenuto e per le firme che vi collaborano, a quelle di una certa entità. La sua passione per l’arte è illimitata: giornalista, poeta, scrittore, editore, direttore di rivista. Cosa altro può desiderare l’essere umano, quando sulla vita terrena, ha ottenuto tutte queste soddisfazioni in modo più che lusinghiero. Ma la sua vena poetica non si limita solo a questo. Egli scrive anche articoli e saggi economici, elabora antologie, riguardanti i poeti calabri; è inviato speciale del quotidiano “Momento Sera” e del “Roma”. La sua vita, penso, non ha attimi di respiro. Tutta dedicata al vasto campo delle lettere. Fra i tanti volumi pubblicati dal nostro poeta, Scintille si presenta come il lavoro più completo dell’autore, esso vuole essere proprio la più sincera espressione del suo animo. Dal suo cuore, infatti, nel leggere il predetto volume di liriche, sembra che sprigionino irrefrenabili tante scintille di versi profondi, spontanei, puri. L’Autore non ricorre a frasi studiate o cercate, esso è convinto che la poesia è quella che esce dal proprio cuore, quindi pura e sentita. Nella presentazione del volume, Paolo Broussard ha giustamente affermato che tutto è puro nel Pellegrini, ogni attimo, ogni visione, ogni immagine. Le sue liriche sono tristi, hanno un senso di desolazione, di sconforto, ma tutte hanno la forza di penetrare nel cuore di chi legge. E chi legge non può certo non osservare quanto amore, e quanta passione l’Autore abbia donato ai suoi versi. In “Un organetto piange” notiamo la solitudine di un cuore, ed il suo animo affranto. “– Lontano, oltre il viale dei pioppi, – un organetto piange… – un’aria patetica. –”. Quanto dolore, quanto sconforto in questo ultimo verso. Il ritratto di una anima abbandonata e sola che, raminga, gira per le vie del mondo. Poi ancora questo sconforto che assale continuamente il Pellegrini, lo notiamo in “Un mare di croci”, dove alla fine della poesia egli ha la forza di dire che l’orizzonte “s’inabissa / in un mare di croci…” e che la sua vita, il suo cuore, tutto se stesso, irrimediabilmente muore: “Ed io sto per annegarvi”. Così potrei ancora ed a lungo continuare riportando le frasi del dolore di questo poeta che nella poesia pone tutto se stesso: il suo animo, il suo dolore, la sua passione. Poesia pura, sentita, profonda che ha la forza di rendersi universale».

Mario Mannolo (da “La Voce di Calabria”, Reggio Cal., 21 maggio 1961)
«…La poesia di Luigi Pellegrini, equilibrato poeta della Calabria, è fatta tutta d’un afflato quasi divino, pronta ad esprimere tutto il concetto del Bene e ad insegnare quanto di più sublime vi possa essere nell’intimo del genere umano. Il suo successo è di gran lunga superiore ad ogni aspettativa…».

Garibaldo Alessandrini(Saggista, poeta) «Al contrario di tanti e tanti rimuginatori del passato, Pellegrini ha il pregio di un parlare freschissimo, aderente al tempo nostro…».

“Profilo critico della poesia contemporanea” di Luigi Pumpo,(da «Parrasio d’oggi»)
Ed. “La Nuova Italia Letteraria”, Bergamo, 1953, p. 59)
«Luigi Pellegrini, un poeta sempre dotato e spontaneo».

Pierfranco Bruni (Scrittore) (dal giornale Puglia, 21 gennaio 1988)
«Luigi Pellegrini. Un Poeta che sa quanto conta o possa contare la parola e la scrittura, il coraggio di scrivere e l’identità della comunicazione. A un Poeta non potevano sfuggire l’importanza e il significato di dare alla sua terra, la Calabria, uno strumento valido di partecipazione ai molteplici problemi della sua cultura…».

Bruno Rombi (Scrittore) (da Volti e voci della poesia contemporanea, Modica, 1963, p. 65)
«La poesia di Luigi Pellegrini non ha pretese dogmatiche, non vuole insegnare nulla, né costituisce modello. Ma, nella sua lievità e semplicità, avvince e commuove. Il senso lirico che pervade, infatti, è la migliore presentazione al lettore».

Angela Costanzo (da “Il quotidiano della Calabria):
Soffia, nell’intercapedine tra terra e cielo, il vento di Erato, coronata di mirto e di rose, con in mano la lira mentre poeti ispirati a lei si rivolgono in cerca di parole e versi che travalichino il tempo e il ricordo...Tra di loro un figlio di Calabria, assetato di verità e di affetti, sospeso tra dolcezza e timore, tra angosce e attese, tra l’incubo del destino e un supremo bisogno d’evadere verso la Luce... Pensieri, suggestioni, sensazioni che stringono e scalfiscono il cuore come sensibili e impalpabili schegge di vetro...Memorie di un tempo che fu, che con le lacrime agli occhi si rammenta, momenti e luoghi che improvvisamente tornano a vivere nell’animo del professore Luigi Pellegrini, fondatore e artefice dell’omonima casa editrice cosentina. Giunto alla terza stagione della sua esistenza, ritrova, chiuse in un cassetto di casa, alcune sue liriche scritte in gioventù, nei primi anni cinquanta: quasi un felice tramonto d’una poesia di giovinezza preludente a derivazioni e superamenti imprevedibili... Passato e presente, dunque, convivono in questo lavoro, rinato dalle ceneri della dimenticanza e della trascuratezza, piaghe della giovanil età nella quale si ha troppa fretta di correre, per dove non si sa, e non ci si sofferma a riflettere, a pensare. È troppa la foga e l’ansia di creare, realizzare, vincere, ci si reputa immortali e non si porge l’attenzione dovuta alle piccole cose, ai pensieri intimi, agli attimi che, apparentemente insignificanti, colorano variamente le nostre giornate. Luigi Pellegrini, quindi, in un moto di nostalgico rimpianto, riafferra le redini del suo ieri, torna a rileggerlo e a riviverlo, torna a raccontarlo ai suoi nipoti, ignari delle fatiche e delle cicatrici del nonno, testimone degli orrori della guerra, della povertà, ma anche della ricostruzione morale e materiale post – bellica. Deluso e incredulo sui misteri della vita, il professore scandaglia con acutezza le proprie emozioni, gioiose ma spesso tristi, dolci ma anche amare, che cercano la luce tra le tenebre. Ma quello che si raccoglie è soltanto silenzio e solitudine. Canta l’amore, quello puro e fresco dell’adolescenza, di cui si tenta di rubare lo splendore dell’immagine che svanisce allorquando si affondano le mani...e tutte le speranze e il mio sogno sono annegati. Nel nulla. Amori notturni, in cui la fantasia si scioglie nelle stelle, di cui il professore scriverà mentre lei mai saprà delle sue pene che sfibrano l’anima in un gioco d’amore senza soste. E per il suo amore lotta anche da morto mentre, da vivo, ha paura di perderlo. Perdita che lo inquieta e lo turba come nessuna delle umane amarezze. Piange ancora l’asprezza della guerra che ha indurito le arse vene dei campi e la pioggia sottile che bagna l’acciottolato grigio non riesce a dissetarle. Una pioggia che aggela l’anima fra i ritornelli di una vecchia malinconia. Ma la giovinezza arde anche di speranze, di miraggi. Forte dei suoi vent’anni il poeta vuole sfidare le procelle del destino, percorrere il cammino dei suoi sogni fatti in una notte d’estate su di un terrazzo di stelle: inconsapevolmente, cercando di realizzarli, ritrova se stesso spaziando nei cieli. Mentre ancora non può mancare tra le liriche l’omaggio a Cleto, paese nativo di Luigi Pellegrini, ove in una notte di Natale ha costruito il Presepe delle sue memorie in un’atmosfera che profuma di timo e mandarino giallo – dorato. Smarrimenti, inquietudini, oscurità latenti adombrano l’essere del poeta la cui alma stanca si distende nelle sere silenti anelando ad un’improbabile pace dei sensi che mai arriva. Perché chi tanto ama, tanto soffre, senza requie, senza promesse di chiari orizzonti. Devoto cultore delle Muse, Luigi Pellegrini intona il suo canto impetuoso e libero alla febbrile vita, quella dolorosamente e profondamente travagliata del dopoguerra: dal travaglio, come acutamente sottolinea Roberto Mandel, riesce a delineare “un mondo lirico sconosciuto, balenante di sentimenti improvvisi, stroncati da non meno subitanei silenzi, insorgenti da tenebre abissali”. Sicuramente “Motivi” rappresenta il frutto di un autunno concluso, di una giovinezza che sta cedendo il passo ad un’ulteriore e più consapevole fase dell’esistenza che si risolve, per Pellegrini, in una florida ed esaltante attività editoriale e giornalistica, condotta sempre con impegno, tenacia e spirito di abnegazione. Ma il professore, dietro le sue fatiche lavorative e al di là delle imprescindibili leggi del mercato, ha sempre posto e offerto i suoi occhi e le sue orecchie alla percezione di ciò che è impalpabile, inafferrabile, esprimibile solamente con l’arte della poesia che mai ha abbandonato la vena creativa dell’autore. Come allora, come oltre cinquant’anni fa, sull’esistenza e sull’amore continua a riflettere il professore, nonché sulle trascorse primavere. Mentre, sotto un cielo colorato dal rosso tramonto dell’ultima stagione, vede crescere l’erba del suo giardino “fatto di fiabe rubate ai venti”...


Vincenzo Napolillo
Nel libro Il genio dei calabresi (Reggio Calabria, 2007) non figura Luigi Pellegrini, (Cleto, 1924), editore di notorietà nazionale. Non si tratta di dimenticanza, ma d’iniqua esclusione. La sua opera, Scintille (Milano, 1951), con presentazione di Paolo Broussard, raccoglie le liriche di una semplice e genuina vena di modernità. Nel volume Poesies italienne de nos jours di Cécile Toumarinson si legge il seguente giudizio: «Fra i poeti della miriade rumorosa, si piazza nell’élite soprattutto per la vivacità del suo spirito. I suoi fremiti creativi sono rapidi e incantevoli come la corsa di una meteora nelle tenebre dell’eterno mistero del bene e del male, del vero e del falso, della vita e della morte. La filosofia di Luigi Pellegrini è piuttosto intuitiva che riflessiva. I suoi poemetti-saetta hanno lo splendore di uno scoppio di fuoco d’artificio nel fondo di un abisso e il loro penetrante fascino consiste soprattutto nell’originalità e indipendenza della concezione, nel vigore e nella sintassi del pensiero, nella flessibilità ed efficacia dell’espressione». A Parigi risiedeva anche Roberto Mandel, docente universitario, amico intimo di Gabriele D’Annunzio. Egli stabilì un sodalizio con Pellegrini, col quale s’incontrava a Castellammare di Stabia, e scrisse la presentazione del libro intitolato Motivi, segnalando «il felice tramonto di una poesia di giovinezza preludente a derivazioni e superamenti per ora imprevedibili». Luigi Pellegrini ha tenuto il manoscritto con la presentazione di Mandel nella sua libreria per oltre mezzo secolo. Ha deciso di pubblicarlo perché «alle petulanti richieste» dei nipotini il nonno non ha saputo dire di no. La silloge di Motivi (Cosenza, 2007) esce all’insegna dello stile serrato e conciso e di un’ispirazione non più disposta a rimanere inerte di fronte al pensiero dello scorrere amaro di un’esistenza senza luce e dell’odio e della maledizione sparsi come semi sulla terra. Luigi Pellegrini è messo di nuovo alla prova dalla solitudine e dai segreti smarrimenti, ma n’esce vittorioso calcando i sentieri sereni dell’amore, che interiormente lo rendono più ricco e più forte:
Spaziando nei cieli
per realizzare i miei sogni
inconsapevolmente mi ritrovo
alla ricerca
della mia entità.

Di conseguenza, egli lascia da parte l’idea e l’immagine evasiva della poesia, per dare ascolto alla voce proveniente dal fondo del cuore e alla «provvida speranza». I versi, a volte scabri e a volte musicali, superano il vuoto interiore conquistando larghe schiarite:
Sento un vuoto
ma scorgo
nel dolore dello spirito
anche uno spiraglio di luce.

I motivi e i temi sono autobiografici, ricchi di sincere affermazioni, che giungono alla lirica, in concreto all’arte, senza l’incomposta enfasi giovanile. Il vigore della passione e d’ideali è sempre unito ad una tristezza intessuta di fiducia. Deposto il fardello di tristezza, Luigi Pellegrini si rivolge al cielo, nella condizione di chi prega e medita «sul drammatico mistero dell’Esistenza». Nei versi liberi non c’è l’estraneità tra il sé che scrive e quello che vive. Si scorge, soprattutto, la ricostruzione di un mondo di sogno, che purifica l’aria impregnata di gravi umori, e la possibilità di cantare e «volare col cuore». Le espressioni più leggere, alate, tornano, pur nei pressi del precipizio, a scandire momenti di gioia profonda:
Non spezzatemi
questa sera di gioia
che mi vede
vagabondare
nella luce delle stelle.
Il viaggio non misura
i soliti confini
e mi conduce
lontano.
Lontano e dimentico
delle cose.

Conducendo un’indagine severa sulla propria esistenza, riesce a sollevare il velo della «tenebra spessa» e a portare in alto la tensione poetica, svincolandola da «tetri labirinti». Visto nell’ambito della sua generazione, Luigi Pellegrini crede in poche cose e di sicuro, fra quelle poche, c’è la sua «rude storia», ma universalmente umana.


Giovanni Chilelli
Ogni verso di queste delicate liriche, emana un denso profumo di freschezza giovanile, di palpiti esistenziali avvolti da uno scialle di candido velluto, dalla forza prorompente, che si sprigiona da una mente ricca di suggestività creative incardinate in un alone di poesia fuori dal normale. In quegli anni lontani, Luigi Pellegrini, era un poeta nascente ma che riusciva, di già, a padroneggiare il fluire delle idee con estremo tatto psicologico e con finissima razionalità. L’armonia della poesia più originale, si evidenzia in ogni parola pensata e scritta. “Non spezzatami / questa sera di gioia / che mi vede vagabondare / nella luce delle stelle”. E che dire dell’implorazione al Creatore perché “l’alluvione distrugga il seminato / fatto di odio / e di maledizione!” E ancora: “Laggiù / in riva al mare / dove il cielo / è malato di sole /… sé fermato il mio canto / smarrito dal vento / assieme al fardello / della mia tristezza”. “Con l’agonia nel cuore / medito / sul drammatico mistero / dell’esistenza”, dove si coglie l’ardente desiderio di voler penetrare i segreti più oscuri dell’umana realtà. Tuttavia una certa diffusa “vecchia malinconia” d’improvviso nell’animo del poeta irrompe qualcosa di nuovo “sento un vuoto: nella mia vita / ma scorgo / nel dolore dello spirito / anche uno spiraglio di luce”. Tralascio ogni ulteriore commento sui giudizi espressi sulla prima edizione di questa silloge del nostro fecondo Autore, dal titolo “Scintille” giacché si sono cimentate, per questo, non poche autorevoli firme a cui è inutile aggiungere altre di molto minore taratura. I giovani nipoti del nostro stimatissimo Autore, a cui questi simpatici versi sono dedicati, si ricordino di accoglierli con serena letizia anche perché da essi si sprigionano momenti di creatività artistica e di sentimenti assai profondi di quanto la loro apparente semplicità espressiva possa farci credere. E anche perché il loro apprezzamento è davvero “vergin di servo encomio”, come scriveva il Manzoni.


Loredana Lena (da “Iniziativa”, periodico della Calabria, n. 3, 2008):
Luigi Pellegrini è anche poeta e come tale ha voluto proporre alla lettura della brigata dei nipoti, veri o metaforici, alcune poesie scritte qualche decennio addietro, la “raccoltina” (parole sue) di versi dal titolo Motivi, la sua seconda opera poetica, che in realtà non venne mai pubblicata e solamente oggi vede la luce. La stoffa del poeta era già apparsa in Scintille, Milano 1951; anzi quella per la poesia è per Luigi Pellegrini una vocazione, coltivata negli anni, come attestato dalla bibliografia, che lo vede presente sia in veste di poeta che di curatore di testi poetici altrui. La sua opera è caratterizzata da poesie brevi, essenziali; i temi spaziano dall’amore e dalla solitudine (angolo di silenzio e di tenebra) agli elementi naturali, la pioggia, la notte, ma su tutto prevale l’amore, unitamente ai ricordi familiari ed alle tematiche esistenziali: “l’anima mia … distrugge qual nuova rugiada”. Scrittura lineare, quella del Pellegrini, che non cede ad interpretazioni criptiche, ma che, anzi, è di immediata comprensione e fruizione, tanto da coinvolgere emotivamente il lettore (nel mio giardino / fatto di fiabe / rubate ai venti). Pellegrini è poeta schietto, senza incertezze le sue parole e i suoi versi, che non cercano compiacimenti letterari, ma semplicemente si offrono ai lettori-nipoti per creare con essi una concordia di sentimenti.


Francesca Mazzotti (da “Calabria Ora”, 9-6-08, pag. 19):
“Le Poéte de l’Eclair”, così, nella prefazione alla raccolta poetica “Motivi (ritrovati)” di Luigi Pellegrini, Roberto Mandel ama ricordare come Lila Denyl, la migliore conoscitrice della nostra letteratura moderna, ha definito l’autore. Sarà, poi, lo stesso Mandel, insieme agli scrittori francesi Cécil Toumarison e Jean Le Sauvage, a inserire nell’Antologia Poètes italiens d’aujourd’hui (Ed. Elan, Parigi 1951) il poeta cosentino. “Poeta audace, che solo in sé medesimo ricerca le regole e i modi del proprio canto impetuoso e libero – scrive il Mandel – ha il merito di mostrarci un mondo lirico sconosciuto”. Scritti sul finire di quegli anni disastrosi del secondo dopoguerra, e ritrovati nei tiretti di un’antica libreria, dopo oltre un cinquantennio vedono finalmente la luce quest’anno i versi giovanili di un intellettuale che riverserà il suo impegno culturale, e talento, nella fondazione della storica casa editrice cosentina. In “Motivi (ritrovati)”, editi dalla Pellegrini, l’autore sembra affidare il suo canto poetico alla natura. Da luogo in cui vivere le passioni, i desideri, i sogni, questa diventa contraltare o ampliamento di quegli stati d’animo in cui l’uomo sembra essere pronto a rifugiarvisi e rispecchiarsi tra le luci e ombre delle sue acque, dei suoi cieli, anche solo per perpetrarvi il pianto nel “motivo” dello scorrere di cascate. Il titolo, dunque, non sembra voler rimandare semplicemente alla ritmicità e musicalità dei versi poetici, ma soprattutto a quei “concerti campestri”, richiamati anche in copertina da un particolare tratto dall’opera di Jean Baptiste Pater, in cui l’uomo sembra poter perdere o ritrovare quegli antichi “motivi” che inesorabilmente hanno segnato la sua rotta. Il volume, in appendice, contiene alcuni giudizi sulla prima edizione di “Scintille”, liriche pubblicate nel 1951 dalla Gastaldi ed. Milano nella collana “Poeti d’oggi”, nonché prima opera a stampa del Pellegrini.


Dante Maffia (da una lettera):
«… Caro Luigi, mi ha fatto piacere ricevere Motivi (ritrovati), riascoltare la tua voce autentica, la freschezza del tuo verso. La Cleto dei tuoi tempi giovanili era più o meno come Roseto, perciò sento i motivi come miei personali, ascolto risonanze molto familiari. Spero di riuscire, primo o poi, a dedicarti uno scritto, una testimonianza che non sia soltanto d’affetto. Sei stato un pioniere, credo anche nella poesia, perché all’inizio degli anni Cinquanta in Calabria ancora c’era il vezzo di scrivere in maniera retorica e di fare i piagnoni e tu invece annotavi come un antico orientale le sensazioni, le emozioni, gli incontri della tua vita. … Ti ho sempre voluto molto bene, soprattutto per ciò che hai fatto, con amore e disinteresse, per la cultura calabrese che spesso è stata defraudata del suo senso più riposto…»


Katya Torchio
Motivi ricordati o ritrovati, riscoperti, mai dimenticati. Motivi conservati nel cassetto del cuore che li ha amati e sofferti, che li ha generati. Sono i frammenti di una vita che si affaccia alla vita, che scopre e sperimenta il gravoso peso del silenzio, l’angoscioso naufragare dell’illusione quale immagine riflessa su uno specchio solcato da ondate di sogni e desideri e poi ancora il buio della solitudine. Luigi Pellegrini, poeta giovane ma solo d’età, scopre dell’amore che lo spinge ad offrire lacrime ed angosce in cambio del sorriso della sua donna, vive la tristezza della sua anima… nella rude storia dei… segreti smarrimenti, sperimenta la facilità e dolcezza del perdersi nell’infinito di un amore oltre l’amore, oltre la vita – “ho superato le insidie e le amarezze della vita ma non riesco a pensare di perderti. Se ti perdo morirò”. Luigi Pellegrini fa godere, attraverso i suoi Motivi, la melanconia romantica di una dolorosa riflessione sul vivere. Il dolore che si legge, che si avverte tra i versi è pungente ma non rassegnato. È il dolore di un’anima che raccoglie i pezzi dell’infrangersi inevitabile dei suoi ideali contro il reale, ma che non perde tempo a rimetterli insieme, che non indugia ad abbandonarsi alla nostalgia di un ricordo ancora tutto da vivere. Alla “sera” Pellegrini reagisce con un viaggio che lo conduce lontano. Lontano e dimentico delle cose. Il pessimismo, che i versi veicolano all’animo di chi legge i Motivi, è positivo, è un monito alla vita. Con Motivi, così come già prima con La Ginestra del grande Leopardi, la sofferenza che si rapporta alla vita è via d’uscita per la vita stessa. Nel vuoto… nel dolore dello spirito… anche uno spiraglio di luce.


Rino Amato (da “Il Quotidiano della Calabria”, 03-03-08, pag. 59): Erano i primi anni Cinquanta, alla fine di quel disastroso secondo dopoguerra, quando l’autore scrisse questi versi raccolti sotto il titolo “Motivi”. Ritrovarle oggi quelle poesie si arricchiscono del fascino di confrontarne i sogni alla luce dell’esperienza e del tempo mai trascorso invano. Si riscopre un mondo lirico sconosciuto espresso con stile elegante, semplice ed efficace, che rivela ancora intatta la sua originalità.


Carmine Bruni (Una testimonianza, tratta da una amicale lettera rievocativa d’una lunga stagione d’amicizia e ricca di passione culturale trascorsa dal giornalista, avv. Carmine Bruni, con l’Autore di “Motivi ritrovati”):

«Caro Luigi, se tu hai trovato i “Motivi” della tua giovinezza, sei un uomo ancora tutto giovane, e mi hai contagiato di gioventù inviandomi l’edizione dei tuoi “Canti” di cui ne parlammo quando in una stagione (appena trascorsa!…) della nostra vita frequentavo la Redazione della “Pellegrini Editore” a via De Rada della nostra Cosenza. Proprio in quella nostra Cosenza, in cui abbiamo versato getti d’inchiostro impastato d’anima, di dialogo, di scherzi anche, e di erompente impresa… …Quel “Bacile” inquieto degli anni Settanta m’è tornato alla mente stasera che ti scrivo per ringraziarti d’avermi fatto dono con “fraterna amicizia” della preziosa edizione dei tuoi “Motivi (ritrovati)” che sono il compendio armonioso e profetico del tuo cammino di uomo, di poeta e di editore, ritornato giovane con la “dolce e festosa brigata dei tuoi nipoti” ai quali dai il pegno di restare “sempre uniti ad affrontare i problemi della vita”… …I nonni raccontano e diventano giovani, come te, proprio quando eri giovane di anni, nello scrivere le quattro più amabili liriche: “Miraggio”, “A te”, “Offerta” e “Volare”. Sono canti profetici della tua vita, giovane amico di sempre, che, con la tua Letizia, hai la capacità di ritrovare il Sentiero del cammino che non è misurato dal tempo, ma dalla speranza che diventa luce… …Ti abbraccio, ringraziandoti d’avermi fatto parte dei tuoi “Canti” che ho riletto con l’interesse sentito verso il buono e grande amico Luigi, pioniere di Calabria, poeta, ricco di nipoti che sono la storia del tuo viaggio d’uomo…».



Antonio D’Elia (da “Letteratura & Società”, fascicolo 29, n. 2, maggio-agosto 2008)
Autoanalisi delle ragioni dell’intimità e indagine-risposta alle domande “sociologiche”, entrambe intese come questione fondamentale, sono i poli sui quali il fulcro del telaio ideologico-diegetico dell’opera prosastica e lirica di Luigi Pellegrini (scrittore, giornalista, figlio della Calabria, nato nell’antico e suggestivo borgo di Cleto, in provincia di Cosenza) messa sotto esame si poggia: così in La didattica del risparmio (Appunti) e in Motivi (ritrovati). L’estrema conseguenza verso la quale ci conduce il discorso del Nostro, che non cede mai all’enfasi dettata da una retorica figlia di esibizionismi, è la costruzione di superare il bisogno (nelle sue più varie forme) decretato dalla quotidianità impellente, tentando così di raggiungere la perseveranza nel necessario commercio di deliberare un consiglio per la comunità e per il singolo. Alla parola fattasi versi il pedagogo (lo spirito didattico è, infatti, sempre caratteristica primaria nella sua scrittura) non consente la ripetizione dell’intemperanze critiche dettate da un modernismo incoerente con il proprio statuto apparentemente progressista: egli, invece, con sagacia programmatica innesta nel piano educativo della prosa tirocinante la progettualità di ripensare il comportamento nella civitas. Ed è proprio nel gesto di insegnare che si abilita la spiegazione primaria della sua scrittura, la quale delibera la valutazione dello statuto anche lirico mediante l’introspezione del quid sconosciuto che lo vivifica mentre collaziona il verso, ed è, dall’altra parte, la documentazione e l’osservazione di competenze, capacità di possibili evoluzioni nell’assistere l’esigenza di adottare un metodo che la parola prosastica si distende nella spiegazione della teoria endemica che la regge. L’inquietudine delle sensibilità derivante, paradossalmente, dalla sicurezza del compiuto (ed è questo un bisogno incombente dell’intelletto) viene dato alla luce quasi sempre da una correlata esuberanza di rompere con l’usuale per introdurvi il nuovo o per sconfessare il sempre mentre si ripropone (se mai dovesse accadere!) nel momento in cui l’io avverte impellente la necessità di chiudere nel rinnovamento dei gesti la parola formata da eventi e situazioni incontrovertibilmente seri, che, pur nella distanza diacronica, offrono l’originalità intesa come ripresa del senso dell’origine di chi ha concepito l’azione-teoria. Parrebbe questo, dunque, il nesso didattico-escatologico dell’idea che ha mosso a distanza di anni Pellegrini nel risvegliare il lungo processo elaborativo che trova nella riflessione degli scritti offerti un vero e proprio laboratorio sintetico, il quale porge anche (anzi soprattutto) al lettore del nuovo millennio uno spunto solido di dibattito critico, e poesia e prosa sembrerebbero, dunque, intrecciarsi, pur partendo, apparentemente, da binari diversi. Ne La didattica del risparmio (Appunti), dato alle stampe nel 1971 dalla casa editrice che il Nostro ha fondato nel 1952 – la prima Editrice della Calabria – ed ora riproposto in una della collane Pellegrini dal titolo “L’educazione della responsabilità”, rimasto invariato rispetto alla prima edizione, lo scrittore, suddividendo il suo commento sul risparmio, inteso quale categoria generata dal buon pensare, in quattro capitoli scorrevoli, descrive il laboratorio metodologico attraverso l’indicazione quotidiana della lezione scolastica e dell’esperienza tra l’individuo (discente) di oggi e quello del domani. L’operazione realizzata da Luigi Pellegrini si collega direttamente alla sua esperienza di insegnante nelle scuole primarie, istituto questo da lui profondamente amato e dal quale ha accolto la conoscenza come “impellenza” indispensabile di confronto e consiglio. L’apprendere da parte dell’insegnante e dell’allievo (se pur su piani ovviamente diversi) è, dunque, sempre relazionato all’indagine del contesto socio-culturale della persona, per cui specificatamente il condurre l’alunno (cittadino del domani) a considerare il risparmio consiste nel raggiungimento di un vero e proprio guadagno intellettivo ed è, assieme, un significativo investimento “etico” ed economico per il presente. L’autore de La didattica del risparmio, scrive Goffredo Iusi nell’Introduzione, «non ha inteso risolvere il problema con queste pagine, né ha voluto fornire una definizione completa della didattica del risparmio. Offrendo alcuni consigli, presentando alcuni spunti, ha voluto suggerire che il tema pedagogico e didattico del risparmio va meditato da quanti sanno che la scuola è nulla se non rispecchia la vita e non si pone criticamente, cioè educativamente, i problemi della società». Luigi Pellegrini ha lavorato e si impegna lungo il solco di un liberalismo, che ricollega le sue forme ai principi e alle teorie del socialismo “storico” italiano, di molti suoi asserti, non vagheggiando mai in “idealismi da scrivania”, diremmo (teorie quest’ultime rivolte a sistemi chiusi), ma si è sempre opposto da pedagogo militante alla cesura di una mobilità apparente della vita comunitaria e del mercato ad essa connesso con la schiettezza di un illuminismo che potesse incentrare, invece, la propria avanzata sulle reali esigenze dell’uomo. Pellegrini in molti dei suoi scritti (su riviste e giornali) ha cercato sempre quella sottile unione (che è comprensione) tra vita e arte, soprattutto quando la vita gli ha proposto accadimenti che lo hanno “indotto” a combatterla, con particolar riferimento ai problemi del Sud nel quale il poeta si è spinto a dar dove (voce moderna) ad idee che potessero oltrepassare i confini della regione mediante l’esperienza derivatagli da un mondo-tradizione, il suo, legato alla terra e al sudore dei suoi avi, al progresso sociale (acquisito attraverso lo studio) e all’esperienza della guerra. Il risparmio, il suo concetto, dunque, non è un conservare per far marcire, ma un depositare per costruire. Il denaro valorizzato dal lavoro, che lo impiega, a sua volta, in altro induce a “responsabilizzare” e chi lo produce e la produzione stessa, rompendo la mistificazione della quiescenza dovuta all’“accontentarsi” (all’inesorabile sottomissione), secondo l’idea di Weber, della vocazione al lavoro e delle promesse della “professione” che stagnano più ancora l’individuo nella «gabbia di acciaio», che lo imbriglia, ma dalla suddetta professione e dall’educazione al lavoro partire per motivare maggiormente la crescita dell’io-persona. Il risparmio è per Pellegrini un metodo alla virtù del buon vivere, anzi è esso stesso virtù, che «trae origini dalla natura stessa, dove le società animali ci offrono esempi meravigliosi dell’abitudine al risparmio»: la lezione procede attraverso un incalzante richiamo alle dimostrazioni tratte dal mondo al quale il bambino può fare riferimento, quello cioè domestico, e più che l’esperienza, quasi sempre improponibile al fanciullo, è, dunque, l’esempio il linguaggio attorno al quale il breve trattato ruota. Come per Wittgenstein, il quale, all’indomani della pubblicazione del Tractatus, scopre, proprio attraverso l’insegnamento come maestro in una scuola elementare, un nuovo modo di dire il linguaggio ordinario con il circostante e le sue relazioni, così il pedagogo Pellegrini nel rendere attivo l’adiacente e l’abituale, per sé, per i suoi allievi e per il domani, evidenziando con chiarezza le conseguenze di ammissioni-relazioni-analisi e di ricerca. All’educatore schiettamente egli dice che occorre infondere i primi “rudimenti del vivere” proprio «nell’animo e nel pensiero […] [del fanciullo] [e assieme] la ferma convinzione che quando l’individuo opera per mettere insieme anche piccole somme, non ha scopi egoistici, ma contribuisce a nobili scopi, da cui la società può trarre notevoli benefici». Occorre soffermarci sul tipo (qualità) di didattica offerta al discepolo e al lettore in genere, ossia di come un pensiero possa rimanere più che coerente a se stesso (idolatrico-onanistica è quella riflessione umana che poggia unicamente sui propri assunti senza alcun confronto con il resoconto dei tempi e con i pensieri altrui) al di là delle stagioni politiche e dei mutamenti culturali, compatto con l’idea di ragionare non per il solo gusto di farlo (e ciò se realmente fosse indicherebbe comunque una sistemazione speculativa di organico impianto teoretico) ma per il bisogno di agire come didattismo dell’animo e progresso civico. Ed è proprio nell’avvertita impostazione pragmatica il pregio di riproporre un breve saggio-testimonianza (partendo dall’ottica dell’esaminatore della cosa pubblica e dei resoconti scolastici degli adolescenti e degli educatori), che dia atto-garanzia all’insegnamento dell’educazione. Da un lato, quindi, non sarà compito semplice del docente «determinare forme precise, che servano di guida agli educatori, per svolgere il tema del risparmio, in modo che esse siano assimilate dagli alunni, come si assimila una materia di scienza o di economia domestica», dall’alta parte «[…] è certo che la mente degli alunni può essere indirizzata a ben comprendere le ragioni, che determinano l’assoluta necessità sia nel campo familiare, che in quello più vasto dello Stato, di creare fondi, cui attingere nei momenti di maggiore bisogno, al fine di rendere meno ardue le situazioni finanziarie create da particolari contingenze della famiglia e della società. Per la didattica del risparmio non crediamo sia opportuno suggerire particolari metodi, essendo intuitivo il bisogno di economizzare sul superfluo […]. Più che avvalersi di regole, generalmente astruse, è opportuno ricorrere ad esempi», mediante i quali il maestro mostra la concretezza di ciò che va a spiegare. Improprio sarebbe, infatti, voler costruire un confronto con i modelli didattici e il linguaggio ad essi connesso che si sono venuti sviluppando a partire appunto dagli anni Settanta del secolo appena trascorso. Un raffronto, in vero, non viene costruito neanche dallo stesso Pellegrini, che nel suo scritto privilegia al citazionismo (pur presente, ma laconico) il patrimonio di formule icastiche di oggetti e contesti che effettuano il riempimento signitivo (ci appropriamo del linguaggio di Lévinas) della sintesi di ciò che l’inter-agire esibisce quando la necessità di una famiglia-comunità richiede l’innesto in quel determinato contesto di virtù che un buon padre e uno scrupoloso amministratore nel tempo ha accumulato. E accumulare ha qui tutto il senso evangelico del raccogliere e far fruttificare; e all’inerzia di un mercato che impone il superamento dei guadagni rischiando nella corsa alla distruzione del lavoro, l’autore seccamente ripercorre la storia “dell’abitudine” scoprendo classi sociali e mestieri, professioni e modi di vita: intelletto e corpo, spirito e ragione, spiega il maestro Pellegrini ai suoi studenti, occorre siano educati non nel risparmiarsi per un progresso fine a se stesso, ma, oltrepassando l’autoreferenzialità del soggetto, intendere il risparmiarsi come acquisto per la conservazione della specie-ragione e dei suoi talenti. In Gli educatori (uno dei brevi capitoli del saggio) Pellegrini si sofferma sul «compito di infondere questo amore a una virtù, destinata a vincere gli egoismi ed a riunire gli uomini in un solo, grande palpito di fraterna solidarietà». Risparmiare, dunque, significa principalmente prendersi cura di ciò che si è costruito per conservare in vista di edificare. La presa d’atto del bisogno di rendere testimonianza a ciò che si è conservato è anche, a nostro avviso, il filo conduttore del libro in versi (inediti), al quale facevamo riferimento, che Luigi Pellegrini ha riordinato in quel “tempo del risparmio” (conservare per) dandoli ora alla luce e motivandoli (e il nostro gioco di parole ricerca volutamente il senso che essi ci fanno emergere) con il titolo, appunto, di Motivi (ritrovati). Ecco che l’intento di riappropriarsi del già non è da noi riscontrabile in una formula pletorica cara a molta poesia “periferica” del Novecento, ma si ricollega, invece, alla scelta ben costruita del poeta di non rinnegare i suddetti talenti coltivati nell’abitudine del conservare, che li ha motivati, a distanza di cinquant’anni, a gareggiare con il tempo. E conservare ha qui la valenza di costruire (sinonimo di edificare) e impiegare: momenti imprescindibili per fondare. Ed è questo un verbo che riassume in sé la potenza derivata dalla sicurezza del conoscere e l’impiego di ciò che si è depositato con cura e passione. Il comandamento antico di conservare i componimenti dopo averli scritti e pubblicarli solo a distanza di tempo dalla loro nascita sembrerebbe essere stato ampiamente seguito se rapportato a Motivi. L’esecuzione della suddetta pratica non si esaurisce nella regola di un adepto a scuole e leggi versificatorie che ne fanno un semplice epigono di altrettanti istituti poetici. Il verso di Luigi Pellegrini si muove fuori da schemi precostituiti, e il suo è un bisogno di tentare di chiudere (?!) la vicenda intellettuale, che lo ha visto, soprattutto in Calabria, attivo protagonista; e la giustificazione che tenta di addurre nella presentazione al volume è volutamente una parziale testimonianza del vero, poiché a rendere concretamente visibile il nucleo della realtà specifica del poeta sono le liriche stesse, che non hanno bisogno di aggiunte e specificazioni: «Nei primi anni Cinquanta, già prima della mia pubblicazione di liriche (Scintille, Milano 1952), ebbi occasione di allacciare una fraterna corrispondenza con Roberto Mandel, che risiedeva a Parigi, e con gli scrittori francesi Cécile Toumarison e Jean Le Sauvage, che mi inserirono nell’Antologia Poetès italiens d’ajoud’ hui (Ed. Elan, Parigi, 1951). E fu lo stesso Mandel, amabilmente, a prefazionare la seconda mia raccoltina di versi che intitolai Motivi, raccomandandone – peraltro – la pubblicazione, che non avvenne, forse perché i miei interessi culturali erano, allora, rivolti ad altri settori dell’informazione». Il poeta rimanda al tempo del “prima”, identificabile con la giovinezza, il viaggio dell’anima entro un’evocazione personale e familiare che è contemporaneamente rifugio onirico e proiezione realistica dei bisogni dell’accadente, e la sequela si apre nella brevità (non a caso il primo componimento è intitolato Tanka) dell’enunciato: «Una canzone di tristezza lene / canta la cascata. // …Beve le sue lacrime / il mio cuore riverso / sull’acque fredde e querule». L’esigenza del poeta nello svelare lacerti sagaci dalla vicenda, appunto, della sua testimonianza di uomo e di cantore ci rivela come lo scegliere il tempo del “dopo” per presentare parte della propria storia non sia altro che manifestare la capacità di aprire un varco di transivitizzazione tra il presente disegnato nell’allora lirico e l’odierno nel quale la riflessione si distende. L’illusione è così un tentare «di rubare / lo splendore della tua immagine / alla limpidezza delle acque» (Illusione). I temi affrontati riguardano le stagioni (intese come stazioni del tempo inesorabilmente divoratore e come prospettive nel tempo senza scadenze) e le loro “aspettative”, e sulla scorta dei patres del Novecento italiano, e non solo, il poeta si accomoda lungo il solco della decifrazione dell’esistente e dei suoi motivi, forte dei suoi vent’anni e, assieme, emotivamente proiettato nel domani dal quale richiama le certezze del presente. Se di influssi di poetiche, che affondano la loro matrice in riprese, se pur lontane tra loro, ungarettiane, montaliane e postermetiche (nella sua ampia gamma di sfumature) occorrerebbe dibattere, essi, pur presenti, costituiscono un “valore minore” ascrivibili, “quasi naturalmente”, all’epoca in cui Pellegrini compone i suoi versi; Età la sua che per necessità ha subìto l’influsso delle suddette “correnti”, e non solo; ma il poeta, come scrive Roberto Mandel, «solo in se medesimo ricerca le regole del proprio canto impetuoso e libero […]. [...] questi Motivi sono il felice tramonto d’una poesia di giovinezza preludente a derivazioni e superamenti per ora imprevedibili.[…], i Poeti contemporanei [la Prefazione reca la data del novembre 1952] sono chiamati a un ufficio da far tremare davvero “le vene e i polsi” […]. Luigi Pellegrini ha il merito eminente […] di partecipare allo sforzo di definizione di questo incerto e gravissimo periodo […] questo forte e sovente gentile poeta di Calabria trae dall’imo della sua individualità agitata una fiamma, un bagliore». Una ripresa di spunti “sonori”, derivati dalla tradizione alla quale ci siamo riferiti, di richiami a specifiche realtà, non solo fisiche, è indubbio che ci sia, non fosse altro che per la cultura profonda del poeta, che ha maturato, anche “inconsapevolmente”, le differenti istanze versificatorie soprattutto del Novecento, e in particolare del Novecento poetico calabrese nel quale al leopardismo si affianca, anche a distanza di anni, un senso filosofico profondo dell’esistere che in maniera stravolta approda a forme di introspezione esistenzialista, così come a un naturalismo riletto e maturato mediante nuove istanze critiche e ideologiche si affianca una riproposta classicista o, ancora, dialettale, e il nuovo subentra, nella poesia europea del dopoguerra, grazie anche al recupero di stadi intermedi di letteratura e di continuatori instancabili del “prima”, pur oltre ogni moda. Il “frammentarismo” viene piegandosi alle regole di un intimismo che si richiama all’aspetto, molto spesso, epigrammatico del canto, all’esecuzione rapida e criptica del segno e alla contrapposizione destabilizzante tra luce e tenebra, dentro e fuori. Da qui le pieghe diverse che dall’orfismo di Campana giungono a connotare le oscurità ermetiche o neorealiste, o, ancora, il classicismo-petrarchismo di Saba, oppure quell’istanza religiosa (nella sua ampia accezione) che si accomoda tra ricostruzione onirica e disvelamento metafisico dell’iper-reale, sulla scorta di una rievocazione profonda offerta dalle sollecitazioni del pensiero-poesia di autori non solo italiani ma dell’ultimo Ottocento e del primo Novecento ripresi a denotare un mutamento nel già costruito. Per molti che operano all’indomani del secondo conflitto bellico, la poesia è il luogo di memorie e di sagaci reinvenzioni intellettuali, di costruzioni di mondi e pensieri per i quali la parola dice e non dice, oppure si rilassa, dall’altra parte, a seguire la rottura di schemi formali-metrici e a detergere del vissuto intimo dell’individuo anche il carattere sociale del canto: “novità”, “cambiamento” e passato sembrano, paradossalmente, intrecciarsi. In Luigi Pellegrini il rapportarsi al canto non si discosta dall’atteggiamento di quanti hanno cesellato il verso nel clima di un diverso modo di concepire il mondo e l’esistere, di riesumarlo dalla polvere della tragedia, soprattutto in un’Italia che cercava di sollevarsi dal trauma della guerra e dalla degenerazione che essa aveva portato: egli, «poeta educatore», come scrive Benito Soranna commentando le prime liriche date alle stampe (nel 1951) da Pellegrini, raccolte nel volume Scintille, inserito nella prestigiosa collana “Poeti d’oggi” edita a Milano da Gastaldi, «fa sentire un inconfondibile atto di fede, una sovrumana aspirazione caratteristica nei giovani premurosi per la missione». Il suo non è solo canto civile ma profonda professione d’indagine dell’anima, e come per Scintille, testo apprezzato da «Grisi, Giuseppe Selvaggi, Giuseppe Carrieri, Leonida Rèpaci, […]. Una poesia che è destinata a portare una luce nuova per le vie oscure e tortuose del Mondo», anche gli inediti Motivi si muovono a denudare il cuore dell’uomo-cantore. Con Motivi il poeta non smentisce, dunque, l’impostazione di Scintille; si allinea invero con maggiore introspezione, ossia con una riflessione tradotta più ancora in forma incisiva, con una energia, cioè, che non si nasconde deliberando dichiaratamente la parabola della sua futurità: «Ho voluto cercare / lungo il mio cammino / la luce / fra le tenebre. // Ho solo raccolto / il silenzio / e la solitudine» (Solitudine). Amore verso l’ente e pietas verso il mondo si rincorrono in una tensione che vivifica il verso tra il «sudore delle pene vissute / con la fatica del mio tormento/ e con l’amarezza del mio passato» (In una giornata di luce) e quell’«angolo di silenzio / e di tenebra / nella mia casa / giacché / ho sempre cercato / il chiasso / e la luce» (Un angolo di silenzio). Il richiamo all’Entità metafisica ripete un rituale, presente in quasi tutte le liriche, di legame stretto tra l’ego del poeta e la spiritualità dell’io-uomo, il quale vive ora in slanci profondi frazionati nella quotidianità familiare, «ho costruito / per mio figlio / Gesù presente / il Presepe / delle mie memorie / nutrite del profumo / di timo e mandarino / giallo-dorato» (Presepe a Cleto) ora nella notte, che «s’incurva / con le ombre, / e la mia fantasia / si scioglie nelle stelle» (La notte s’incurva). Motivi rincorre dall’inizio alla fine un linguaggio che ordina perennemente la parola in una struttura geometrica nella quale l’identità del soggetto si installa con ripetitività programmaticamente ipertrofica in tutto il corpus poematico per generare l’ambizione di visitare il complesso gesto versificatorio del produrre il ricordo nell’incontro con gli “oggetti” in un “laceramento” del logos, sgravato dal dramma di essere declinati dall’amore per la donna, entro una dittologia serrata («amore» «malinconia», Ritornelli, «morto» «vivo», Se tu nel cuore) che esprimere sintomaticamente “virtù-talenti” e “dolori” che il sentimento reca. E il sorriso cantato «è fatto di spuma», mentre la preghiera a Dio è il dono di una remunerazione accettata e non sempre capita, tuttavia gustata nel pianto di Eros: «Dio! Fa che lei / non debba sapere / del mio pianto / e che la vita / le arrida / e la faccia felice / sempre»(A Te). Mentre il poeta ricerca la sua «entità» (Motivi 1), il passo che tende di portare il corpo verso «nova rugiada» (Sera) viene motivato ad inoltrarsi nel buio della storia da «sterili ombre», che perforano i segreti custoditi nell’animo, il quale, pur impermeabile alle lusinghe che vorrebbero che si rivelasse, cedono, tuttavia, alla «tristezza» (Motivo 2) degli «smarrimenti» (ibidem) quando il sogno genera la «follia» (Nostalgia d’un sogno) di immaginare il domani. I Motivi “ritrovati” sono una lente-pensiero su ciò che il poeta prospetta, ma la prospettiva a distanza di anni sembra non conchiudere il proprio ciclo-visione, e il punto dell’osservatore per la trasposizione attuante del canto capovolgendosi proietta dal qui al prima un successivo “dopo”, che ancora dice una «tristezza» (Laggiù…), perché il poeta ancora ri-pensa e ri-flette con «l’agonia nel cuore / […] / sul drammatico mistero / dell’Esistenza» (Con l’agonia nel cuore). Questa sorta di “déjà vu lirico” non conferma, tuttavia, alcuna “datità” nella percezione anticipata dell’esistenza e del suo proseguo; ma il riscontro che le liriche attuano nell’oggi vivono nel segno della continuità mai insperata perché scorgono «nel dolore dello spirito / anche uno spiraglio di luce», che riverbera (l’illusione nel senso di sogno-speranza, e non nel significato di inganno, è ricomposta dal canto quando «precipita», per usare la formula dello stesso Pellegrini, ossia s’incarna nella materia) l’uomo partendo dall’itinerario capovolto in direzione dell’origine alla quale facevamo riferimento, che tuttora il poeta ricerca (perciò i motivi vengo detti ritrovati), e nella «terra acre» (Quadretto) e in «riva al mare» (Laggiù…) e nella donna-poesia in cui, appunto, «precipita l’assalto / dell’anima mia» (Se nel tuo cuore).

Dante Maffia (recensione)
Difficile far capire al lettore con quanta gioia ho ricevuto questo libro di Luigi Pellegrini, l’editore dei miei anni verdi, l’organizzatore culturale instancabile che ha cercato di dare alla Calabria, in anni bui e controversi, una identità ormai perduta nel sogno di Sibari e di Pitagora. Non sapevo che Luigi avesse scritto versi, e li avesse pubblicati. Una volta andato via dalla mia terra ho messo come un muro tra me e lei: volevo dimenticarla: troppe amarezze e troppe attese, non potevo caricarmele addosso. Ma “l’uomo grida dovunque la sorte di una patria” e anche se nessuno poi mi ha portato nel Sud, il Sud è arrivato fino a me in diverso modo. Il libro di Luigi Pellegrini mi ha fatto ripiombare a Roseto, il mio paese di nascita, che ha vissuto le stesse peripezie di Cleto, il paese di nascita di Luigi, così i suoi versi hanno immediatamente aperto i petali per mandarmi il loro profumo. Adopero questa metafora con piena consapevolezza! I versi di Luigi profumano, hanno conservato la freschezza del suo cuore, la voce cristallina della sua anima. Non sono poesie impegnate, sperimentazioni sul linguaggio, immersioni nel leopardismo o nel montalismo, ma nuove mirycae, piccole cose nate dopo occasioni di vita vissuta. Ci sono anche note di tristezza, come in Solitudine e in Illusione, ma subito dopo c’è una “giornata di luce”, “il chiasso” sempre cercato. Comunque non si pensi a Luigi Pellegrini poeta come a chi non abbia avuto conoscenza delle innovazioni poetiche e linguistiche. Egli ha fatto una scelta e l’ha poetata fino in fondo, con la certezza e la convinzione che la poesia debba essere veicolo di chiarezza e di emozioni. Del resto a volte gli sono sfuggiti anche versi o titoli che si rifanno alle avanguardie, uno per tutti: La notte s’incurva, che la dice lunga sulla sua attenzione ai rivolgimenti semantici in corso negli anni cinquanta e sessanta. La cifra più cospicua di questa poesia comunque è da cercare in un gusto tutto orientale, nella misura breve (che anche Machado adoperò anche se in maniera del tutto diversa per esempio da Basho), nelle sintesi che riescono a darci con pochi tocchi l’atmosfera di un paesaggio, una gioia, una paura, un desiderio. In fondo, Luigi lo dichiara, egli “L’eterna canzone / d’un sogno lontano, / d’un lungo tormento” canta, e anche se a un certo punto sente “un vuoto” nella sua vita, sa scorgere “nel dolore dello spirito / anche uno spiraglio di luce”. Quella luce che è sempre viva nelle sue parole e che io ho goduto come un dono che arriva dal deserto abbandonato ma ormai diventato oasi: la mia, la sua Calabria.